occhi ullalà

Sanremo Giovani – Occhi e il suo “Ullalà”, un valzer generazionale

Sanremo Giovani è da sempre la porta d’accesso per le nuove voci della musica italiana, e tra i nomi più originali in gara quest’anno c’è Occhi, giovane cantautore del 2004 che arriva con una proposta fuori dagli schemi: Ullalà, un valzer contemporaneo che intreccia ironia, nostalgia e crescita personale. Nato in una sala dell’oratorio di Lodi, il brano racconta un percorso generazionale e diventa metafora del viaggio che ognuno compie nella vita. Lo abbiamo incontrato per parlare di musica, emozioni e sogni alla vigilia della sua prima avventura sanremese.

Siamo qui con Occhi. Sei pronto a questa nuova avventura?
Sì, sono gasatissimo e anche abbastanza tranquillo, per ora dai. È una cosa bella, e le cose belle vanno vissute con serenità. Sicuramente c’è sempre quel brivido, quell’ansietta sana, però sarà una bella avventura.

Prima di tutto complimenti per il pezzo: è molto interessante e l’ho ascoltato anche in macchina. Come nasce “Ullalà”? È un titolo leggero ma con significati importanti. E perché proprio questa parola?
La risposta è sì: c’entra con Il valzer del moscerino. Quando mi sono reso conto che il pezzo era un valzer, mi è uscita naturalmente questa cosa del “lalla lalla”.
Penso che tutti noi ci approcciamo all’arte con la nostra conoscenza pregressa: quella ci aiuta a interpretare un brano. Per tutti noi “lalla lalla” è una parola del valzer, ed è qualcosa che abbiamo dentro da bambini perché rimanda al valzer del moscerino. Quindi è stata una scelta voluta.

Il brano è nato in una stanzetta dell’oratorio a Lodi: stavo suonando quattro accordi e quando li ho trasformati in un valzer è venuto fuori quel ritmo nostalgico, un po’ da passato. Mi ha fatto pensare a Non sparate sul pianista e da lì mi sono immaginato questo bar dimenticato di provincia, con gli anziani che guardano la partita e certamente non sono lì per ascoltare me.

Anche il videoclip richiama un passaggio generazionale: il valzer accompagna dall’infanzia alla vecchiaia. Come avete costruito questa idea visiva?
L’idea è proprio creare un fil rouge tra generazioni. I temi del brano sono il ballare, il crescere e l’innamorarsi quando hai vent’anni e ancora non hai capito bene cosa significhi. Abbiamo preso persone che si conoscevano nella vita, ma non erano ballerini professionisti. Le abbiamo messe sulla pista da ballo, impreparate, per vedere come la musica potesse davvero parlare nella concretezza alle persone. C’è il bambino che avrebbe ballato con qualsiasi canzone, il ragazzino che non vuole staccarsi dalla mamma, l’adolescente che fatica a muoversi in un corpo nuovo, la coppia in attesa, fino a due ultraottantenni complici da una vita. Questo dialogo generazionale per me è la musica.

Il brano è un valzer, una scelta in controtendenza rispetto alle logiche del mercato musicale di oggi. È stata una scelta voluta?
Un po’ tutte e due. Intanto grazie: per me è un grande complimento sentire che è un brano che si distingue. Da un punto di vista strategico ci siamo detti: è il primo anno che provo Sanremo, sono solo due anni che pubblico musica, non ho nulla da perdere.
Abbiamo deciso di portare la cosa più identitaria possibile, qualcosa che mi rappresentasse al 100%, qualcosa che un altro non potrebbe fare al mio posto. Era rischioso, certo, ma siamo all’inizio e volevamo andare così come siamo.

Sono molto fiero di questa canzone: per me è quella che mi rappresenta di più. È tragicomica, un po’ goffa, romantica… un po’ come sono io.

Come ti stai preparando all’esibizione e cosa ti aspetti che arrivi al pubblico?
Mi sto preparando facendo un sacco di prove: con gli amici abbiamo allestito una saletta nel teatro dell’oratorio dove è nata la canzone e ci riuniamo molte sere. Non ho grandi aspettative sul risultato. Voglio godermi l’esperienza e cantare sapendo di portare qualcosa su cui io e il mio team abbiamo messo cuore, testa e anima. A prescindere da come andrà, per me è già una vittoria poter dire: “Ehi, io faccio queste cose qui”. E dopo l’esibizione non scompaio.

Sanremo è un simbolo italiano. Qual è il tuo primo ricordo personale del Festival?
Io mi sono avvicinato davvero al Festival con le ultime conduzioni, quando è diventato sempre più rivolto ai giovani. Secondo me negli ultimi anni è passato dall’essere il Festival della musica italiana a essere il Festival italiano: l’evento di cultura pop principale attorno a cui ruotiamo per tutto l’anno.

Vedo persone che ascoltavano poca musica e da Sanremo iniziano a esplorare artisti nuovi, nicchie diverse, e si apre un mondo. Questo fa bene all’industria e porta la musica nella vita quotidiana delle persone. Il mio primo ricordo? Essendo del 2004 non ne ho tantissimi, ma il primo che ricordo davvero è Gabbani con Occidentali’s Karma nel 2017. Avevo 13 anni, erano le prime volte che restavo davanti alla tv dopo le 22.

Ultima domanda di rito: le tre canzoni che non possono mancare nella tua playlist quando hai una giornata no.
Le ho pronte: Nei treni la notte – Frah Quintale, Frosinone – Calcutta, Niente di particolare – Fulminacci

Io sono cresciuto con l’indie italiano: è ciò che ascolto, ciò che mi nutre. Però sono contento che questo non mi condizioni troppo: magari assorbo qualcosa nella scrittura, ma poi cerco una chiave mia. Se qualcuno ascolta e dice “non è proprio indie”, per me va bene: vuol dire che ci ho messo della mia evoluzione.

Con Ullalà, Occhi porta sul palco di Sanremo Giovani un’identità forte, sincera e riconoscibile, frutto di contaminazioni ma allo stesso tempo libera da etichette. Che il risultato sia una vittoria o una semplice tappa, il giovane cantautore sembra avere già chiaro il suo obiettivo: continuare a fare musica con autenticità, senza perdere l’entusiasmo e la voglia di raccontare ciò che vive. E se il pubblico saprà ascoltarlo, probabilmente quello di Sanremo sarà solo il primo passo di un percorso molto più lungo.

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