Coez torna a Roma. Live. E già questo basterebbe per far tremare anche il cuore più gelido. Si perchè è inutile prendersi in giro, Coez fa parte di quel bagaglio culturale che coinvolge tutti, uno di quegli artisti a cui tutti – almeno una volta nella vita – ci siamo rivolti per ricevere un abbraccio.
Per me, l’amore verso Coez è stato travagliato: mai visto dal vivo, se non per dieci minuti al Concerto di Circo Massimo sotto un manto di stelle insieme a Frah Quintale. Quella volta era un assaggio, un anticipo di emozione. Questa sera, al Palazzo dello Sport, non c’è più spazio per assaggi.
L’alba con “1998”
Il sipario si apre sul nuovo album 1998. Non con un classico, non con la hit che tutti già cantano: ma con i brani che raccontano l’origine, i dubbi, le notti e i sogni. È un blocco introspettivo, quasi intimo, in cui il pubblico ascolta in silenzio, come se stesse sfogliando un diario a voce alta.
Estate 98 apre il concerto con delicatezza, come un’introduzione al viaggio che seguirà. Il pubblico ascolta rapito, sospeso. Seguono subito “Mr Nobody” e “Mal di te“, dove la voce di Coez risuona piena nel palazzetto, lasciando spazio ai ricordi e alle emozioni di chi lo ascolta.
La title track parte in punta di piedi, accompagnata dalla band che disegna paesaggi sonori senza invadere. La sala si trasforma: il Palazzo dello Sport diventa un salotto mentale, una Roma privata fatta di scale condominiali, motorini, luci dei lampioni e corse senza meta. Il pubblico è partecipe, sospeso e in quei primi brani si capisce che questa non è solo musica: è confessione, memoria, respiro.
Il cuore del concerto: connessione e nostalgia
I brani successivi – Catene, Siamo morti insieme, Domenica Jet, Lontana da me, Niente che non va – disegnano un arco narrativo intenso. Coez si muove sul palco con naturalezza, raccontando più che cantando, lasciando che le canzoni parlino di sé. Non c’è nulla di costruito, lo show non ha delle assurde sceneggiature alle spalle c’è soltanto lui, la sua band e quella connessione profonda, viscerale con il suo pubblico.
Brani come E Yo mamma, Occhi rossi, Come nelle canzoni e Le parole più grandi portano il pubblico tra malinconia e leggerezza, alternando ritmo e introspezione. La malinconia si mescola alla leggerezza, il ritmo alla riflessione, e ogni verso sembra scivolare nello stomaco come un ricordo che credevamo dimenticato.
Siamo lì, sospesi, in balia di quelle sensazioni che non puoi controllare: il nodo alla gola che sale quando Coez canta di assenze e di addii, la risata silenziosa che esplode per un dettaglio che ti ricorda un amico, un’estate, una stanza. Il palazzetto diventa un luogo intimo. Un luogo dove migliaia di persone respirano all’unisono. Si condivide un fragile equilibrio tra nostalgia e gioia, tra ciò che è stato e ciò che vorremmo ancora vivere. Ogni frase, ogni parola è un filo invisibile che ci lega. Una carezza e un pugno allo stesso tempo e per qualche minuto sembra che il mondo si riduca a quel palco.
Il medley arriva come un colpo di vento caldo a fine estate, improvviso, totalizzante. Parte con Taciturnal/Davide/Ily e già dalle prime note si capisce che questo non è un semplice momento della scaletta. Siamo davanti al cuore pulsante del concerto, la parte in cui Coez decide di lasciare andare la struttura e abbandonarsi totalmente al pubblico.
Il primo ospite a salire è Franco126, accolto da una reazione immediata del pubblico. I due attaccano “Bella Mossa“. Insieme sono incredibili, quell’abbraccio ad una Roma resa grande dalla musica. Concluso il brano, parte “Roma Di Notte” e arriva la sorpresa della serata: Tommaso Paradiso, che entra senza presentazioni formali scatenando un altro boato.
Con Coez prosegue il medley con “La Fine dell’Estate” e “Ali Sporche“, dando una lettura più pop e più luminosa alla parte finale del blocco. La combinazione tra le due voci e i due stili aggiunge spessore al medley e chiude il segmento con un senso di racconto condiviso, pienamente calato nella città che li ha fatti nascere artisticamente.
La fine del concerto
Dopo l’uscita di Paradiso, si torna alla scaletta ufficiale. Coez tira le fila dell’emotività, chiude il medley e riparte con gli ultimi brani del set. A questo punto il concerto non è più “solo” un live: è un percorso già passato attraverso ricordi, volti e pezzi di città.
Il finale scorre veloce, sostenuto dall’energia del pubblico che, dopo quasi due ore, ha ancora fiato e voce. Si arriva all’encore con tre brani che, da soli, raccontano l’essenziale: Qualcosa di grande, È sempre bello, La musica non c’è. Il Palazzo dello Sport canta tutto, senza delegare una singola strofa. Non c’è più separazione tra palco e platea: la linea è diventata trasparente e gli spalti sono un meraviglioso manto di stelle.
Coez saluta senza proclami, fedele al suo modo di stare sul palco: niente frasi ad effetto, niente chiusure gridate. Solo un “grazie” e uno sguardo lungo al pubblico, come si fa quando non serve aggiungere altro.
Si accendono le luci. Restano voci ancora calde, sorrisi larghi, la sensazione tangibile di aver assistito a un ritorno a casa senza forzature: un artista che non ha bisogno di reinventarsi per convincere, perché ha fatto esattamente quello che il suo pubblico si aspettava da lui.
Essere vero, riconoscibile, sincero. A Roma, questo vale più di tutto.

