LORENZO JOVANOTTI

Jovanotti ci regala “Lorenzo”, fotografia di un artista dall’animo gentile

Jovanotti ci regala “Lorenzo”, un film che ci accompagna alla scoperta dell’anima gentile, irrequieta e geniale di un artista senza tempo. La storia di un ragazzino qualunque, cresciuto tra i sogni, la Cupola di San Pietro e una passione per la musica che lo ha reso protagonista di un viaggio incredibile. Sì, incredibile. Proprio come l’avventura di Jovanotti.

Lorenzo si mette a nudo fin dai primi secondi del film, mostrando la propria vulnerabilità in un contesto che, almeno all’apparenza, sembra raccontare tutt’altro. Tutto comincia con i preparativi per un Jova Beach Party: la coda del pubblico, le urla, il delirio all’apertura dei tornelli. Eppure, in mezzo a tutta questa energia, c’è spazio anche per la calma del backstage, i saluti ai collaboratori e quel trucco semplice fatto da Teresa. Due dimensioni che convivono e si completano. In grado di restituirci il ritratto di un artista che, anche davanti a migliaia di persone, conserva una qualità rara: la semplicità.

Lo sguardo attento di Dario Zonta e Carlo Zoratti riesce poi a cogliere ogni sfumatura. Dalle espressioni più impercettibili del volto ai dettagli di un’esistenza artistica che, fino a oggi, non avevamo avuto modo di conoscere così da vicino. È il lato più intimo e meno conosciuto di un artista che, fin dagli esordi, ha saputo conquistare la scena senza smettere di reinventarsi. Dai primi passi come disc jockey nelle discoteche romane fino alle grandi produzioni televisive e musicali, il film ripercorre un percorso straordinario, restituendo spazio non soltanto al personaggio pubblico, ma soprattutto all’uomo che si nasconde dietro di esso.

Interessante, dal punto di vista registico, è anche il modo in cui le scene, i suoni e le immagini di repertorio si intrecciano con le scene del Pinocchio, costruendo una continuità visiva e narrativa che accompagna lo spettatore attraverso le diverse dimensioni di Lorenzo.

Il racconto si muove con naturalezza tra l’anima artistica, quella personale e persino quella sportiva, restituendo il ritratto di un uomo che ha fatto del viaggio e dell’introspezione due elementi imprescindibili della propria esistenza. Le immagini non si limitano a documentare le tappe di una carriera, ma diventano frammenti di memoria. Attimi capaci di dialogare con il presente e di dare profondità al percorso umano che si sviluppa sullo schermo.

È proprio questa alternanza tra passato e presente. Tra dimensione pubblica e intimità che rende il racconto visivamente coerente: ogni elemento contribuisce a ricomporre il mosaico di un’identità in continua evoluzione. Quella di un artista che sembra non aver mai smesso di cercare, dentro e fuori di sé, nuove strade da percorrere.

E proprio in quell’uomo, prima ancora che nell’artista, si trova una delle chiavi più profonde del racconto. C’è un Lorenzo bambino, piccolo e fragile, che a un certo punto della sua vita si fa una promessa: voglio vedere la mia mamma felice. Una frase semplice, quasi disarmante, che sembra contenere già tutto quello che verrà dopo. A volte, le storie più grandi nascono da desideri piccolissimi. Da bisogni che non sappiamo ancora raccontare e da emozioni che cercano disperatamente un posto nel mondo.

E da lì nasce tutto. O almeno, è da lì che possiamo provare a leggere il rapporto di Lorenzo con la musica. Non soltanto una passione, non semplicemente una strada professionale, ma anche un rifugio, uno spazio personale in cui trovare una dimensione propria. Forse, all’inizio, la musica è stata anche questo: un modo per scappare da ciò che faceva male. Un modo per immaginare una realtà diversa, per costruirsi un mondo fatto di suoni, intuizioni e piccoli pensieri che fuori non riuscivano a trovare una collocazione. Un universo in cui sentirsi libero di essere se stesso, anche quando tutto il resto sembrava troppo difficile da comprendere.

Ma il film lascia emergere anche un’altra faccia di questo rapporto: la ricerca quasi maniacale della musica perfetta. Perché se da una parte le canzoni possono essere un rifugio. Dall’altra diventano una ricerca continua, fatta di tentativi, intuizioni, ascolti e dettagli che agli altri potrebbero sembrare insignificanti. C’è il giro giusto da trovare, la nota che deve arrivare esattamente in quel momento, l’incastro che finalmente funziona. E poi c’è quella sensazione difficile da spiegare, ma immediatamente riconoscibile per chi vive la musica con una passione assoluta. Sapere che qualcosa non è ancora come dovrebbe essere, anche quando tutto sembra già al suo posto.

È una dedizione che racconta quanto lavoro si nasconda dietro la spontaneità apparente delle canzoni di Jovanotti. Quella leggerezza che arriva al pubblico, quella capacità di trasformare un palco in una festa e un ritornello in qualcosa da cantare tutti insieme, non nascono necessariamente in modo semplice. Dietro possono esserci un’infinità di prove, idee abbandonate, soluzioni cercate e momenti in cui fermarsi non sembra un’opzione. La musica diventa così una passione capace di sconfinare nell’ossessione per il dettaglio, nella necessità di continuare a cercare anche quando il risultato sembra già vicino alla perfezione.

E forse è proprio qui che si apre una delle riflessioni più interessanti del film: quanto possiamo davvero controllare ciò che amiamo? Quando si ha una visione precisa. Quando si desidera che ogni cosa trovi il proprio posto, il rischio è quello di voler governare ogni passaggio, ogni risultato, ogni possibile imprevisto. Come se bastasse impegnarsi abbastanza, cercare abbastanza a lungo o trovare il giro giusto per fare in modo che tutto risponda alle nostre aspettative. Ma la musica, proprio come la vita, non sempre segue la direzione che avevamo immaginato.

Ci sono momenti in cui bisogna continuare a cercare e altri in cui occorre accettare che non tutto possa essere previsto. Lasciare andare non significa rinunciare alla propria ambizione, smettere di lavorare con cura o accontentarsi di un risultato qualsiasi. Significa, piuttosto, riconoscere il confine tra ciò che possiamo fare e ciò che non dipende da noi. Possiamo provare, cambiare strada, ricominciare da capo e inseguire quel giro che ci sembra perfetto. Ma non possiamo decidere in anticipo dove ci porterà ogni tentativo, né pretendere che ogni cosa si incastri esattamente secondo i nostri piani.

A volte, per trovare la strada giusta, bisogna smettere di voler controllare ogni curva. Ed è una lezione che sembra dialogare con il percorso di Lorenzo. Lui stesso ci mostra la sua continua necessità di sperimentare e con la capacità di attraversare mondi diversi senza restare imprigionato in una sola versione di sé. L’artista che cerca la perfezione in una canzone è anche l’uomo che, nel corso della propria vita, deve fare i conti con l’imprevedibilità, con i cambiamenti e con tutto quello che non può essere sistemato semplicemente trovando la soluzione migliore.

In questa prospettiva, la vulnerabilità mostrata all’inizio del film acquista un significato ancora più profondo. Non è soltanto il racconto di un uomo che si concede di mostrare le proprie fragilità, ma anche il riconoscimento che non esiste una formula capace di tenere ogni cosa sotto controllo. Neppure il successo, l’esperienza o una passione coltivata per tutta la vita possono proteggerci completamente dall’incertezza. E forse è proprio nell’accettazione di questo limite che si trova una forma diversa di libertà: quella di continuare a cercare senza avere sempre la certezza di ciò che si troverà.

È in questa distanza tra il bambino e l’uomo, tra la fragilità privata e l’energia incontenibile del palco, che il film trova la sua forza. Perché dietro l’artista capace di radunare migliaia di persone, di trasformare una spiaggia in una festa collettiva e di fare della musica un linguaggio condiviso. Esiste qualcuno che ha continuato a portarsi dietro le proprie domande, i propri desideri e quella parte più autentica che nessun successo può cancellare. La grandezza di Jovanotti non sta soltanto nel viaggio che ha compiuto, ma anche nella capacità di non perdere il contatto con il ragazzo che era.

“Lorenzo” ci invita così a guardare oltre il personaggio, oltre le canzoni che conosciamo a memoria e l’immagine di un artista abituato a vivere sotto i riflettori. Ci ricorda che dietro ogni percorso straordinario c’è una storia fatta anche di fragilità, tentativi, fughe e ritorni. C’è la ricerca ostinata di qualcosa che ancora non esiste, il desiderio di trovare il suono perfetto e, insieme, la necessità di accettare che non tutto possa esserlo.

Perché forse crescere, proprio come fare musica, significa imparare a convivere con questa contraddizione: dare tutto per trovare il giro giusto, senza pretendere di avere sempre il controllo della melodia. E qualche volta, per capire davvero chi siamo, dobbiamo concederci il lusso di lasciare andare qualcosa, fidarci del percorso e scoprire dove ci porterà.