Crescere senza avere necessariamente tutte le risposte, sentirsi in ritardo rispetto agli altri, desiderare una vita diversa e, nel frattempo, cercare di godersi quella che si ha. È da queste contraddizioni che nasce “MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso)”, il nuovo album di Giuse The Lizia.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Un gioco di parole che prende in prestito una sigla conosciuta per trasformarla in una sorta di mantra generazionale: non dobbiamo avere fretta, non dobbiamo necessariamente avercela fatta entro una certa età, non dobbiamo sapere già chi diventeremo. Eppure, nella realtà, è proprio questa urgenza a condizionare gran parte delle nostre giornate. Quell’ansia che ci si aggrappa addosso e difficilmente riusciamo a scrollarci di dosso.
Con “MDMA”, Giuse mette a fuoco quel momento della vita in cui tutto sembra ancora possibile, ma allo stesso tempo tutto appare terribilmente complicato. Il futuro, che dovrebbe essere una possibilità, per alcuni diventa una pressione costante. Un disco costruito nell’arco di tre anni. Un progetto nato durante un periodo di passaggio importante per il cantautore: la fine dell’università, le aspettative professionali, una relazione iniziata e la necessità di trovare una nuova dimensione personale e musicale.
Undici tracce che alternano leggerezza, malinconia, ironia e una rabbia che, rispetto ai lavori precedenti, trova finalmente uno spazio più evidente. Non è soltanto un album che parla di amore e insicurezze: è anche un racconto sociale, uno di quelli capace di allargare progressivamente lo sguardo dal proprio vissuto alle contraddizioni del mondo contemporaneo. E Giuse riesce ad incarnare in toto lo stile che sceglie. L’indie è sociale e in questo caso, finalmente, questo messaggio sociale è ancora più evidente.
Da “Istruzioni” a “I nostri anni migliori”: il viaggio dentro MDMA
“Istruzioni“, il primo brano di questo nuovo progetto, apre il disco e mette subito sul tavolo una delle contraddizioni più interessanti: sapere perfettamente cosa non ci piace, ma continuare a farne parte. Giuse osserva il mondo della musica, il sistema discografico e la quotidianità con uno sguardo ironico e disilluso. Il lavoro, il denaro, le aspettative e le incoerenze personali si mescolano in una scrittura rapida, diretta, quasi senza prendere fiato. È un brano che introduce la vena più critica dell’album e anticipa quella rabbia che esploderà successivamente in “Musica x ricchi”. Non c’è la pretesa di avere una posizione sempre coerente: c’è piuttosto la consapevolezza di vivere dentro un sistema che spesso si finisce per criticare mentre si continua ad alimentarlo.
Con Su x giù si torna invece alla dimensione sentimentale. Il brano racconta una relazione attraverso ciò che resta dopo la sua fine, quando si prova a ricostruire qualcosa che forse non esiste più. Il titolo restituisce bene questa instabilità emotiva: momenti in cui sembra andare tutto nella direzione giusta e altri in cui basta pochissimo per ritrovarsi al punto di partenza. La leggerezza musicale accompagna un racconto che, sotto la superficie, conserva una certa amarezza. Perché non sempre una storia finisce con una decisione definitiva: qualche volta si continua semplicemente a oscillare tra quello che si vorrebbe e quello che è rimasto.
Los Angeles, di cui coautore è Fulminacci, porta nell’album un immaginario urbano e notturno. La città diventa quasi una proiezione di desideri, aspettative e possibilità, ma anche un luogo lontano da quella quotidianità dalla quale si vorrebbe, almeno per un momento, scappare. La produzione di Golden Years accompagna il brano in una dimensione morbida e contemporanea, confermando la volontà di Giuse di esplorare territori sonori diversi rispetto alla sua tradizionale anima più chitarristica.
Con Guardia del corpo il racconto assume una sfumatura più teatrale. Il pianoforte e le atmosfere dal sapore vintage accompagnano una riflessione sulle difficoltà della vita, sulle sue assurdità e sulla necessità, qualche volta, di trovare qualcuno che ci protegga da tutto quello che non riusciamo a gestire. È una canzone che gioca con un immaginario quasi surreale, lasciando spazio anche a un finale strumentale che ne valorizza il carattere. Dietro l’ironia resta una fragilità molto riconoscibile: quella di chi vorrebbe semplicemente sentirsi al sicuro.
Vorrei essere un po’ più alto è probabilmente uno dei brani più immediati del progetto, ma anche uno dei più rappresentativi del suo messaggio. Giuse mette in fila una serie di desideri e insicurezze che appartengono a una generazione costantemente sottoposta al confronto: essere più belli, più magri, più ricchi, avere un lavoro stabile, una relazione soddisfacente e magari anche qualche certezza in più. Il tutto accompagnato da un ritmo vivace e da sonorità sintetiche che rendono il pezzo quasi spensierato. Ma il punto non è quello che manca, quanto piuttosto la difficoltà di capire cosa si desideri davvero. Si finisce per inseguire un modello di perfezione che cambia continuamente, fino ad arrivare alla domanda più importante: se riuscissi a diventare tutto quello che vorrei, saprei comunque riconoscermi?
In Meglio del peggio, insieme ad Ariete, il disco torna a parlare di relazioni e autosabotaggio. È il racconto di quei rapporti in cui la paura di perdere qualcuno finisce per diventare un ostacolo ancora più grande della distanza stessa. I sentimenti ci sono, ma si intrecciano con insicurezze, attacchi di panico e il timore di rovinare tutto. Le due voci si incontrano in una dimensione delicata, senza cercare necessariamente una soluzione. Un duetto inaspettato che ci regala però una nuova delicata consapevolezza. A volte il problema non è non sapere cosa provare, ma non riuscire a gestire quello che si prova.
Monotonia rallenta ulteriormente il ritmo e si concentra sulla ripetitività emotiva di una relazione. Quando le cose sembrano non cambiare, quando si continua a vivere una situazione anche se si avverte che qualcosa si sta consumando. È una dimensione malinconica che trova spazio anche nella scelta sonora, con una maggiore centralità delle tastiere. Giuse non cerca grandi esplosioni emotive, ma lascia che sia la sensazione di immobilità a raccontare il rapporto.
Poi arriva Tiro dopo tiro, una ballad morbida e cinematografica che mette al centro l’intimità, il desiderio e tutte quelle domande che nascono quando si cerca di capire dove stia andando una relazione. Il racconto alterna momenti quotidiani e immagini più esplicite, senza perdere la delicatezza che caratterizza il brano. È una delle tracce che meglio rappresentano la dimensione cantautorale di Giuse: partire da situazioni apparentemente semplici per arrivare a raccontare qualcosa di più universale. Il risultato è un pezzo che lascia spazio all’ascoltatore, senza pretendere di spiegargli tutto.
“Musica x ricchi”: quando la fragilità diventa rabbia
Con Musica x ricchi il disco cambia decisamente prospettiva. Se fino a questo momento Giuse ha raccontato soprattutto le proprie insicurezze, le relazioni e la difficoltà di trovare un equilibrio personale, qui lo sguardo si sposta sulla società. Ed è forse proprio questo il passaggio più interessante dell’intero progetto.
La rabbia non è più soltanto quella di chi non sa cosa fare della propria vita, ma di chi comincia a riconoscere le contraddizioni del contesto in cui vive. Il lavoro, il denaro, la religione, la politica, i social network e la stessa industria musicale diventano elementi di un racconto volutamente provocatorio.
Il titolo è già una presa di posizione: la musica, e più in generale la cultura, rischiano di diventare sempre più accessibili soltanto a chi può permetterselo. Non è soltanto una questione di biglietti dei concerti o di disponibilità economica per acquistare un disco. È una riflessione più ampia sulle opportunità, sulle disuguaglianze e su un sistema in cui anche l’arte sembra progressivamente trasformarsi in un privilegio.
La critica si estende alla quotidianità di una generazione che si trova a fare i conti con aspettative enormi e possibilità spesso limitate. Si parla di sentimenti, di relazioni, di lavoro e di una società che sembra chiedere continuamente di produrre, guadagnare, migliorarsi e raggiungere determinati obiettivi. Persino la serenità diventa qualcosa da inseguire, quasi fosse un altro prodotto da acquistare.
È particolarmente interessante il modo in cui Giuse affronta queste tematiche senza mettersi al di fuori del sistema che sta criticando. Non si presenta come un osservatore distante, né come qualcuno che ha trovato una soluzione. Al contrario, si include nelle contraddizioni che racconta. È parte di quella generazione che utilizza i social, lavora nell’industria musicale, cerca di costruirsi una carriera e, contemporaneamente, si interroga sul funzionamento di tutto questo.
“Musica x ricchi” è quindi molto più di una parentesi polemica all’interno dell’album. È il momento in cui il racconto individuale diventa collettivo, in cui le insicurezze del singolo si intrecciano con quelle di una generazione. E forse è proprio questo il brano che permette di leggere “MDMA” anche da una prospettiva diversa: non soltanto come un disco sulla difficoltà di crescere, ma come un lavoro che prova a interrogarsi sulle condizioni in cui siamo costretti a farlo.
Dopo questa scarica di energia arriva Veleno, che sceglie una strada apparentemente opposta. Il sound è trascinante, con influenze R&B e soul, e porta l’ascoltatore dentro una notte fuori controllo. Una storia fatta di eccessi, attrazione e consapevolezza che qualcosa finirà probabilmente male. Il contrasto tra il testo, attraversato da una certa malinconia, e una produzione che invita a muoversi è uno degli elementi più riusciti del brano. Si balla anche quando si sa che il giorno dopo resterà qualcosa da sistemare. È una leggerezza che non cancella le conseguenze, ma permette almeno di rimandarle.
A chiudere il disco è I nostri anni migliori, una conclusione più intima e nostalgica. Dopo aver attraversato insicurezze, ambizioni, relazioni complicate e contraddizioni sociali, Giuse torna a una dimensione emotiva essenziale. Il passato, il tempo che scorre e la paura di non riuscire a trattenere determinati momenti diventano il centro del racconto. Le tastiere accompagnano una chiusura morbida, che lascia sedimentare le emozioni senza cercare un finale eccessivamente rassicurante. Perché non tutto deve necessariamente risolversi, e forse non tutte le domande hanno bisogno di una risposta immediata.
Un disco meno chitarroso, più libero e consapevole
Uno degli aspetti più interessanti di “MDMA” è anche la sua evoluzione sonora. Giuse si allontana in parte dagli schemi più riconoscibili del proprio percorso, lasciando maggiore spazio al pianoforte, alle tastiere e a una componente elettronica più evidente. Il risultato è un album dalle anime differenti, che alterna brani più acustici a momenti decisamente più ritmati e sperimentali.
Non si tratta di un cambiamento forzato, ma di una ricerca che nasce anche dall’incontro con nuovi produttori e collaboratori. Una libertà che permette al cantautore di non rimanere ancorato a un’unica formula, mantenendo però una coerenza nella scrittura.
E se le tracce più intime confermano la sua capacità di raccontare le fragilità quotidiane, sono soprattutto i momenti in cui decide di alzare la voce a mostrare una direzione nuova.
Mica dobbiamo morire adesso, ma dobbiamo pur vivere
“MDMA” è probabilmente il lavoro in cui Giuse The Lizia riesce a mettere maggiormente a fuoco la propria identità di cantautore. Non perché abbia trovato tutte le risposte, ma perché sembra aver imparato a convivere con le domande.
È un disco che parla di una generazione senza pretendere di rappresentarla dall’alto. Ne condivide le paure, le contraddizioni, le ambizioni e quella sensazione costante di essere sempre un passo indietro rispetto a una vita che sembra già programmata.
La sua forza sta proprio nella possibilità di passare da una riflessione personale a una critica sociale, senza perdere la spontaneità che caratterizza la sua scrittura. E “Musica x ricchi” dimostra quanto questo passaggio possa diventare interessante quando Giuse decide di non limitarsi a raccontare quello che gli succede, ma prova anche a interrogarsi sul perché.
“MDMA” non offre soluzioni, non promette una crescita improvvisa e non ha la pretesa di trasformare ogni insicurezza in una lezione di vita. È un album sincero, a tratti ironico, a tratti disilluso, che trova nella vulnerabilità il suo punto di forza.
Perché forse non serve avere già tutto chiaro, non serve arrivare prima degli altri e soprattutto non serve trasformare ogni momento della propria vita in una prova da superare.
Mica dobbiamo morire adesso. Ma, nel frattempo, dobbiamo pur trovare un modo per vivere.
