Dal primo ascolto di Amateur ho avuto una sensazione precisa: Cesare Cremonini ha voglia di tornare a qualcosa di autentico. Quella necessità di liberarsi da quella musica troppo costruita, a volte stucchevole, che sembra esistere più per funzionare che per emozionare. Ha voglia di viverla, di amarla, di sentirla davvero. E forse, più semplicemente, ha voglia di ricordarci perché, prima di tutto, ci siamo innamorati della musica.
Per raccontarvi questo nuovo lavoro, però, devo necessariamente partire da un brano che ho proprio in questo momento nelle orecchie: Perché ti conosco. Ora vi chiederete: perché proprio da qui? Perché, per quanto mi riguarda, è tutto lì.
In quegli accordi suonati durante una cena, con un po’ di vino e tanti amici intorno. In quella chitarra che passa di mano in mano. Nelle voci che si mescolano in una canzone che nasce e finisce per diventare il momento più bello della serata. Ci sono cose che non hanno bisogno di essere perfette per essere indimenticabili. E la musica ha questa capacità incredibile: riesce a trasformare un momento qualsiasi in un ricordo che ti porti dietro per anni.
Ecco, se dovessi spiegare cosa ho sentito ascoltando Amateur, probabilmente partirei proprio da questa immagine. Non da una produzione impeccabile, non dalla ricerca del singolo destinato a diventare un tormentone, ma da una stanza piena di persone. Alla base potrebbe esserci uno strumento suonato senza troppe pretese, ma soprattutto quella voglia irrefrenabile di fare musica semplicemente perché non se ne può fare a meno.
E scrivere di Cesare Cremonini, per me che con lui ci sono cresciuta, non è mai come scrivere di un artista qualsiasi. Cesare è il mio artista preferito. Questo inevitabile rende questa recensione un qualcosa di più personale. Provi a mantenere lo sguardo di chi scrive, a mettere in ordine le sensazioni, a trovare le parole giuste per spiegare quello che hai ascoltato. Poi arriva una canzone e ti ricordi che prima di essere una persona che scrive di musica sei semplicemente qualcuno che quella musica la ama.
Credo che il bello, ma anche la difficoltà, stia proprio qui. Come si racconta un artista che, in qualche modo, senti già tuo? Come si fa a spiegare a chi legge perché una sua canzone ti rimane addosso? Perché hai bisogno di riascoltarla, perché a volte basta una melodia per riportarti a un momento della tua vita che pensavi di aver dimenticato? Non è semplice, perché le emozioni non seguono una scaletta e non sempre riesci a tradurle in parole. Eppure è proprio questo il motivo per cui continuo a scrivere di musica: provare a condividere qualcosa che, altrimenti, resterebbe soltanto dentro di me.
Per questo, quando esce un suo nuovo progetto, la curiosità è inevitabilmente accompagnata da un’aspettativa diversa. Non pretendo che mi faccia provare sempre le stesse emozioni, né che torni continuamente a scrivere le canzoni che mi hanno fatto innamorare della sua musica. Anzi, forse è proprio il contrario. Da fan, desidero che continui a sorprendermi, che abbia il coraggio di cambiare, di sperimentare, di mettersi in discussione. Da giornalista e critica, voglio sentire che dietro ogni nuovo disco c’è una persona che ha ancora qualcosa da raccontare, non un artista che ha semplicemente trovato una formula vincente e ha deciso di ripeterla.
Ed è qui che Amateur, decimo album di inediti del cantautore bolognese, acquista un significato particolare. Pubblicato il 23 ottobre e nato a Londra, allo Studio 13, il disco arriva dopo una fase importante del suo percorso artistico e sembra segnare un nuovo inizio. Undici tracce, nessuna voglia apparente di restare dentro una formula rassicurante e una direzione sonora che mette al centro la musica suonata, gli incontri e la libertà di sperimentare. Non è un album che rinnega il pop, ma prova a guardarlo da un’altra prospettiva, spingendosi verso il rock, il blues, il jazz e sonorità più sporche, istintive e imprevedibili.
La cosa che colpisce – più di tutte – è proprio il suono. In Amateur si avverte la volontà di lasciare respirare gli strumenti, di dare spazio alle chitarre, ai fiati, alle variazioni ritmiche, di abbandonare le costruzioni e di divertirsi, semplicemente. La presenza di musicisti come Donny McCaslin al sassofono e Malcolm Catto alla batteria contribuisce a costruire un’identità sonora diversa, mentre il lavoro con Alessandro Magnanini accompagna Cremonini in questa ricerca. È un disco che non vuole soltanto raccontare qualcosa attraverso le parole, ma farlo anche attraverso gli arrangiamenti, le pause, le imperfezioni e le scelte musicali.
E questa è una cosa che apprezzo particolarmente. Perché spesso ci concentriamo esclusivamente sul testo, sulla frase da sottolineare o sul ritornello da cantare a squarciagola, dimenticandoci che una canzone è fatta anche di tutto ciò che accade intorno alla voce. Qui Cremonini sembra divertirsi proprio con questo: non dare sempre all’ascoltatore quello che si aspetta, ma accompagnarlo in un percorso che cambia continuamente forma.
La title track Amateur, con Salmo, apre il disco mettendo subito in chiaro le intenzioni. Il confronto tra il mondo cantautorale di Cesare e il linguaggio più tagliente del rapper crea un incontro interessante, lontano dall’idea del featuring inserito soltanto per aggiungere un nome alla copertina. La base attraversa suggestioni urban, blues e rock, mentre il sax contribuisce a rendere il brano ancora più riconoscibile. È un’apertura che introduce il tema centrale dell’album: la ricerca di sé, il rapporto con il proprio ego e la necessità di liberarsi dalle aspettative.
Con Paparazzi, invece, Cremonini torna su un brano già conosciuto, ma lo inserisce in una nuova dimensione grazie alla partecipazione di Fabri Fibra. La sua strofa aggiunge un’altra prospettiva al pezzo, mentre il lavoro strumentale spinge verso sonorità più ruvide, tra rock ed elettronica. È interessante vedere come una canzone possa cambiare pelle senza perdere necessariamente la propria identità. E in questo caso la collaborazione sembra inserirsi nel percorso del disco, che mette in dialogo sensibilità e linguaggi differenti.
Poi arriva Cavalli da corsa, uno dei momenti in cui il progetto rallenta e lascia spazio a una dimensione più intima. Il brano, nato anche da un frammento musicale condiviso da Elisa, si muove su coordinate diverse rispetto all’apertura dell’album, tra chitarre arpeggiate e arrangiamenti che crescono progressivamente.
Non lo diciamo a nessuno, forse la mia canzone preferita di questo nuovo progetto, sposta nuovamente l’atmosfera, aprendosi a una dimensione più leggera, teatrale e rock’n’roll. Tra richiami al glam, cori e sonorità che guardano anche al passato, il brano restituisce un Cremonini che si diverte a giocare con la tradizione musicale, senza trattarla come qualcosa di intoccabile. È uno degli aspetti che trovo più interessanti del suo percorso: la capacità di assorbire influenze diverse e rielaborarle attraverso la propria sensibilità.
Perché, se ci pensiamo, crescere musicalmente significa anche questo. Ascoltare, studiare, lasciarsi contaminare, riconoscere le proprie radici e poi trovare il coraggio di spostarsi altrove. E in Amateur si avverte proprio la voglia di non restare fermi, di non considerare la propria storia artistica come un punto d’arrivo, ma come una base da cui ripartire.
La musica può essere un lavoro, una professione, una responsabilità. Può richiedere studio, sacrificio, disciplina e una ricerca continua della qualità. Ma prima di tutto può essere un momento condiviso, una risata tra amici, un ricordo che nasce senza essere programmato. E forse è proprio questa spontaneità a renderla così preziosa.
Undici brani, undici modi di avvicinarsi alla musica senza dover necessariamente seguire un’unica direzione. Ed è proprio questo che mi sembra importante: Amateur non cerca di essere un disco uniforme, ma un progetto in cui le differenze diventano parte della sua identità.
Il titolo richiama l’amore per qualcosa prima ancora del mestiere, dell’ambizione e del riconoscimento. Essere amatori non significa non essere capaci, non avere esperienza o rinunciare alla qualità. Significa conservare quella spinta iniziale che ti porta a prendere in mano uno strumento, a scrivere una canzone, a cercare un suono nuovo senza sapere necessariamente dove ti condurrà.
E in un’industria musicale in cui ogni uscita sembra dover essere accompagnata da una strategia, ogni canzone deve trovare il proprio spazio e ogni artista è chiamato a dimostrare continuamente il proprio valore, rivendicare il diritto di fare musica per il semplice piacere di farla è già una presa di posizione.
Naturalmente, non può un titolo rendere autentico un progetto, ma in Amateur si sente proprio la volontà di mettere in discussione alcune certezze, di provare a percorrere strade diverse e di lasciare che la musica sia qualcosa di più di un prodotto da consegnare al pubblico. Cremonini sembra volerci ricordare che non tutto deve essere perfetto per essere importante.
Che una canzone può nascere da una jam session, da un’intuizione, da una serata con gli amici, che la tecnica è fondamentale, ma non deve necessariamente soffocare l’istinto. E che soprattutto si può essere grandi artisti senza dover dimostrare di esserlo a ogni singola nota. Ecco perché non credo che amare un artista significhi pretendere che continui a emozionarti sempre nello stesso modo. Significa dargli la possibilità di cambiare insieme al tempo, di raccontare qualcosa di diverso, di portarti in un posto che non conosci ancora.
Amateur, per me, è anche questo: un invito a rallentare, ad abbassare le aspettative e ad ascoltare davvero. A smettere, almeno per un momento, di cercare la prossima hit e a ricordarci cosa ci ha fatto innamorare della musica la prima volta.
Non quando abbiamo imparato a riconoscere una produzione. A distinguere un arrangiamento o a capire perché un brano funziona, ma quando abbiamo sentito qualcosa senza riuscire a spiegarlo. Quando una canzone è arrivata nel momento giusto e ci ha fatto compagnia senza chiedere niente in cambio. Perché ci sono artisti che ascolti. E poi ci sono quelli che, senza nemmeno accorgertene, diventano parte del modo in cui ascolti il mondo.
Per me, Cesare è uno di quelli. E quindi grazie, perchè quest’album è quello che ci meritiamo.
