Ci sono dischi che arrivano in punta di piedi e altri che ti prendono per mano. Anime storte, primo album dei Santamarea, fa qualcosa di diverso: ti guarda di sbieco, come se stesse cercando di capire se sei davvero pronto a seguirlo. Eravamo presenti alla presentazione del disco, quando questo debutto ha cominciato a prendere forma, e fin da subito è apparso evidente che non sarebbe stata una storia lineare.
“Anime storte” è un’espressione familiare, domestica, quasi affettuosa. In Sicilia “tortu” è chi fa le cose in modo raffazzonato, fuori norma, storto rispetto alle aspettative. Ma qui la stortura non è un difetto: è un’identità. È il punto di partenza di un album che sceglie consapevolmente la deviazione, l’imperfezione, la crescita che non segue una linea retta ma quella che sembra più una spirale.
La produzione — non a caso definita dagli stessi Santa Marea “storta” — nasce soprattutto a Palermo, nello studio di Roberto Cammarata. Giornate intere passate a inseguire un suono, synth cercati come creature rare, notti lunghissime in cui le canzoni cambiavano forma insieme a chi le stava scrivendo. Anime storte non è stato “costruito”: è stato attraversato. E si sente.
Il disco è attraversato da un senso costante di metamorfosi. Non quella spettacolare, ma quella quotidiana e un po’ dolorosa: crescere, cambiare pelle, non riconoscersi più del tutto. Le canzoni sembrano ereditare le trasformazioni personali dei componenti, come se ogni brano fosse una fotografia scattata mentre qualcosa stava già mutando. È un album che non fissa mai una versione definitiva di sé, e proprio per questo resta vivo.
Dentro c’è il tema dell’inadeguatezza, ma senza autocommiserazione. C’è piuttosto un’urgenza di dire: siamo così, storti, fuori asse, e dobbiamo costruirci uno spazio nel mondo perché nessuno ce lo regalerà. Non è un disco che chiede permesso. È un disco che prende posto, anche quando il posto ancora non esiste.
Interessante, in questo senso, anche la dimensione familiare del progetto. I Santa Marea sono una sorella e due fratelli, a cui si aggiunge Noemi. “All’inizio le dinamiche familiari pesavano”, racconta lei, “ora abbiamo trovato un equilibrio”. Un equilibrio fragile, come tutti quelli veri, ma sufficiente a far respirare le canzoni. Sullo sfondo, genitori che hanno fatto musica, un nonno che sognava di cantare: storie generazionali che non diventano nostalgia, ma carburante. Non si realizzano i sogni degli altri: si impara a riconoscerli e poi a separarli dai propri.
Tra le tracce spiccano Bambina viola e Casa delle streghe, ascoltate in anteprima, che mostrano due anime complementari del disco: una più intima, l’altra più simbolica, entrambe attraversate da una tensione emotiva che non cerca mai la soluzione facile. I Santa Marea non spiegano troppo. Preferiscono suggerire, lasciare spazio, accettare che anche l’ascoltatore si senta un po’ fuori posto.
Anime storte non è un album rassicurante. Ma è un album gentile. Tagliente senza essere cinico, emotivo senza diventare fragile. È un debutto che non suona come un primo passo, ma come una presa di posizione: crescere insieme alle proprie canzoni, accettare di essere storti, e trasformare quella stortura in linguaggio.
Il secondo disco, lo sappiamo già, è in scrittura. Forse lì ci sarà quello spazio nella società che qui viene solo immaginato. Ma intanto Anime storte fa una cosa più rara: ci ricorda che crescere di traverso non è un errore. È una possibilità.

