Alla conferenza stampa che anticipa il ritorno di Fulminacci sul palco del Festival di Sanremo, l’impressione è chiara fin da subito: Filippo Utinacci non è più il ragazzo spaesato della sua prima volta all’Ariston. È più consapevole, più saldo, ma non per questo meno fragile. Anzi, forse lo è di più solo che oggi quella fragilità non la subisce: la osserva, la racconta, ci convive.
Il nuovo brano in gara arriva insieme all’annuncio di Calcinacci, album in uscita il 13 marzo e a un tour nei palazzetti che segna un altro passaggio di crescita. Ma più delle tappe di carriera, a colpire è il modo in cui Fulminacci parla di sé: senza mitologie, senza pose, con una lucidità rara.
Tornare a Sanremo, ma con un altro spirito
Il ritorno al Festival, dopo l’edizione pandemica senza pubblico, è vissuto con leggerezza. «La prima volta è stata straniante: cantavo davanti ai palloncini, che tra l’altro sono una mia grande paura», racconta sorridendo. Oggi invece c’è curiosità, perfino divertimento. «Con il pubblico è più impegnativo, ma è anche molto più vero».
Non c’è ossessione per la competizione, né per le classifiche. Fulminacci lo dice chiaramente: Sanremo è un’occasione, non un traguardo. «Il successo per me è vedere la gente ai concerti che canta le canzoni. Il resto esiste, ma non è il punto».
Calcinacci: ricostruire dalle macerie
Il nuovo disco è forse la chiave migliore per capire la fase che sta attraversando. Calcinacci nasce da una rottura personale importante e usa le macerie come immagine centrale: ciò che resta dopo una distruzione, ma anche ciò da cui si può ripartire. «I calcinacci sono i cantieri: dove si ricostruisce».
Il suono è più minimale rispetto ai lavori precedenti, la produzione (quasi interamente affidata a Golden Years) più asciutta, la scrittura meno impulsiva. E qui arriva il punto centrale.
La nostra domanda chiave: che fotografia fai oggi di Fulminacci?
Quando gli chiediamo che fotografia farebbe di sé oggi – tra ciò che è cambiato, ciò che ha capito e ciò che continua ostinatamente a non voler controllare – Fulminacci non risponde con uno slogan. Si ferma, riflette e poi lascia emergere una trasformazione profonda.
È cambiato il modo di scrivere: «Le prime canzoni le scrivevo di getto, senza pensare. Ora rifletto tantissimo. Scarto molto di più, sono diventato molto più esigente con me stesso». È cambiato anche il rapporto con il tempo e con l’ansia: «Sono più rilassato di prima. Prima ero più teso, più agitato. Adesso mi sento più stabile».
Ma non tutto è sotto controllo e non vuole che lo sia. Fulminacci continua a lasciare spazio all’imprevisto emotivo, alla fragilità, all’errore. Non cerca una perfezione levigata, né una carriera fatta di picchi artificiali. «Il mio obiettivo è crescere senza strappi», dice. E in questa frase c’è forse la sua cifra più autentica.
Non controllare tutto, per restare vero
C’è qualcosa che Fulminacci non vuole addomesticare: il rapporto con il pubblico, il modo in cui le canzoni vengono interpretate, persino il significato ultimo di ciò che scrive. «Spesso capisco di cosa parlano davvero le mie canzoni solo quando me lo dice chi le ascolta».
È una scelta di fiducia, quasi politica, in un’epoca che chiede controllo totale e branding costante. Lui preferisce restare in bilico, a metà strada tra consapevolezza e smarrimento. Forse è anche per questo che Calcinacci suona così onesto: non come un disco che dà risposte, ma come uno che accetta di stare dentro le domande.
La fotografia finale
Se questa è la fotografia di Fulminacci oggi, non è un ritratto statico. È un’istantanea in movimento: un artista che ha capito di dover crescere, ma non di dover diventare impermeabile. Che ha imparato a controllare il lavoro, ma non le emozioni. Che ricostruisce, sì, ma lasciando ancora un po’ di polvere addosso.
Ed è forse proprio lì, in quei calcinacci, che Fulminacci continua a riconoscersi davvero.

