Tre anni. Si sono passati tre anni dal primo concerto di Tananai a L’Aquila, da quel tour in giro per l’Italia che aveva il sapore di rinvicita: dall’ultimo posto a Sanremo alle piazze piene di gente. Un po’ come quella che ieri lo accoglieva per la serata dei giovani de “La Perdonanza” con una febbricitante attesa in uno dei luoghi simbolo di questa meravigliosa – e stoica – città: la Basilica di Collemaggio.
Ed è proprio sotto questo incredibile edificio che ho capito che la Sindrome di Stendal esiste davvero. Mi spiego meglio. So che sono romana e che ho la fortuna di assistere a concerti all’interno del Circo Massimo, ma credetemi quando dico che ieri sera è successo qualcosa di impensabile. Ascoltare Alberto cantare Giugno sotto Collemaggio è stato un colpo al cuore. Un’emozione così forte da farmi scoppiare a piangere senza neanche rendermene conto. Ora però riavvolgiamo il nastro e torniamo al punto di partenza.
Un’ora di macchina. Una corsa contro il tempo per arrivare in tempo a L’Aquila, prima che tutto si fermasse per la banda e per le celebrazioni giornaliere de La Perdonanza. Un’ora per recuperare l’attrezzatura, correre sotto palco e assistere al concerto.
Collemaggio in tutto il suo splendore, al centro della Piazza. Il sole che lentamente scendeva lasciando una scia di rosa dietro di sè e i volti dei tantissimi che correvano per raggiungere la transenna. È questa la prima immagine che ho de “La notte dei giovani”: i sorrisi di quei ragazzi che correvano, incuranti del pericolo di inciampare o di farsi male. La felicità, pura, negli occhi di chi aspettava da ore.
Il sole cala, le luci si alzano. Prendo il mio posto al di quà della transenna – per la prima volta – e realizzo. La band sale sul palco. Le note di Booster invadono l’aria. Un grido collettivo attraversa la folla e arriva lui. Tananai. Semplice, diretto, con quel modo spontaneo di stare sul palco che ormai lo contraddistingue. Attacca i primi brani e la piazza si trasforma: mani che battono a tempo, cori che si intrecciano, i telefoni che illuminano la notte e il cielo stellato a fare da cornice ad una serata che ha già del magnifico.
Ogni pezzo è un viaggio. Una montagna russa di emozioni che si annidano dentro di noi. Proprio lì, in quel punto che cerchiamo ogni volta di tenere nascosto sotto muri di cemento armato: il cuore. Da Rave Eclissi a Baby Goddamn che fa esplodere la piazza in un coro infinito si arriva a Tango, una carezza che stringe forte lo stomaco. E poi Giugno, la canzone che ha fatto tremare il mio cuore e quelli di tanti altri: un momento sospeso, in cui la Basilica sembrava ascoltare con noi, custode silenziosa di un’emozione collettiva.
Non è solo musica: è un dialogo continuo. Tananai sorride, scherza, ringrazia. Ci guarda come se fossimo amici, come se conoscesse ciascuno di noi. E in quel momento non c’è distanza: palco e platea diventano un’unica cosa, un unico cuore che batte. Si butta tra la folla, stringe le mani, un amore puro, vero, sincero che suggella il non detto con un semplice sorriso.
Il tempo scorre veloce, troppo. Ogni canzone è un frammento di vita condiviso, e quando arriva il finale la sensazione è quella di non voler tornare a casa. L’ultima nota svanisce e rimane un silenzio carico di gratitudine. Ci si guarda negli occhi, sconosciuti che hanno appena vissuto insieme lo stesso sogno.
E capisci che sì, sarà anche stata una serata della Perdonanza, ma in realtà è stata molto di più. È stato un patto d’amore tra un artista e una città che ha imparato a rialzarsi, ogni volta. Una serata che resterà addosso come una cicatrice bellissima: quella che ti ricorda che la musica, quando è vera, può davvero cambiarti dentro.