Portare in un parco milanese la forza di cinque elementi, intrecciando musica, teatro e arti visive, è la sfida ambiziosa del Godai Fest, festival ideato dal violinista e compositore Rodrigo D’Erasmo. Dopo le prime sperimentazioni a Roma e una tappa ad Ancona, l’appuntamento approda per la prima volta a Milano, nel suggestivo scenario del Parco Ex Paolo Pini. Un luogo carico di storia e simbolismo, che diventa cornice perfetta per due giorni di immersione artistica e filosofica. Abbiamo parlato con Rodrigo D’Erasmo, direttore artistico della manifestazione, per scoprire cosa rende unico questo progetto e quale visione lo anima.
Rodrigo, come nasce l’idea del Godai Fest e perché hai scelto proprio Milano e il Parco Ex Paolo Pini per questa prima edizione?
Il Godai Fest è nato a Roma qualche anno fa, in uno spazio a me molto caro che si chiama Angelo Mai, dove ho sperimentato e fatto nascere tanti progetti negli anni. Successivamente ha avuto una seconda edizione ad Ancona, alla Mole Vanvitelliana, e oggi approda finalmente a Milano, la città che mi ha adottato ormai da tempo. Sono felice di portarlo al Parco Ex Paolo Pini, che considero un luogo magico e simbolico, non solo per la sua bellezza naturale ma anche per la storia che custodisce: da ex manicomio a spazio di cultura e rinascita.
I cinque elementi – Fuoco, Terra, Acqua, Aria e Vuoto – sono il filo conduttore del festival: cosa rappresentano per te e come guidano l’esperienza del pubblico?
L’ispirazione arriva da un viaggio in Giappone e dalla mia passione per la filosofia orientale, in particolare quella buddista dei cinque elementi. A noi familiari sono acqua, aria, terra e fuoco, ma il quinto – il Vuoto – ha un fascino speciale e misterioso. Ho pensato fosse interessante usare questi elementi come spunto creativo, affidando a cinque curatori o curatrici il compito di interpretarli e raccontarli attraverso artisti e linguaggi diversi: musica, teatro, danza, fumetto, arti visive. È una formula originale che incuriosisce molto. Invita a riflettere su temi profondi con strumenti artistici. Quest’anno, tra i curatori, ci sono nomi come Daniela Pes per l’Aria, Giovanni Truppi per l’Acqua, Rancore per la Terra, Isabella Aragonese per il Fuoco e Filippo Timi per il Vuoto.
Il Godai Fest unisce musica, teatro e arti visive: qual è stata la sfida più grande nell’intrecciare linguaggi così diversi?
La sfida non è tanto artistica – quella è la parte più divertente e stimolante, un vero gioco creativo che farei due volte l’anno – quanto produttiva. Mettere insieme tasselli così diversi e trasformarli in un mosaico coerente è entusiasmante, ma dietro c’è un grande lavoro organizzativo e pratico che richiede mesi di preparazione. È un macchinone complesso, ma grazie alla squadra compatta con cui lavoro, siamo riusciti a dare forma a un progetto che, oltre a sorprendere il pubblico, sorprende anche noi stessi, che spesso vediamo le performance per la prima volta durante il festival.
Oggi il festival porta al centro temi come sostenibilità, natura e antropocentrismo: perché hai sentito l’urgenza di affrontarli attraverso l’arte?
Perché è l’unico modo che conosco. Per me, come per molti altri artisti, l’arte è anche una forma di politica. Ogni scelta – a partire dal luogo in cui realizzi il festival – è già una presa di posizione. Il Parco Ex Paolo Pini, ad esempio, non è un luogo qualunque: è simbolico, è naturale, ed è abitato da realtà come Olinda che lavorano da anni per trasformare il territorio. Invitare artisti e artiste che hanno a cuore certi temi, e farlo in questo contesto, significa schierarsi e dire la propria, ma attraverso i gesti artistici. È un modo per creare consapevolezza senza prediche, con la forza dell’immaginazione e della bellezza.
Da violinista e compositore sei abituato al palco: cosa significa per te invece assumere il ruolo di direttore artistico di un evento multidisciplinare?
In realtà è stato un passaggio naturale. Ho sempre amato creare connessioni, non solo artistiche ma anche umane, e il ruolo di direttore artistico mi permette proprio questo: mettere in dialogo mondi lontani, creare cortocircuiti stimolanti, interpretare i desideri degli altri e provare a farli incontrare. Non l’ho mai vissuto come un peso, anzi, è una responsabilità che accolgo con gioia e curiosità. Inoltre, da questa prospettiva, nascono spesso rapporti umani e collaborazioni durature che vanno oltre il festival stesso.
Cosa speri che il pubblico si porti a casa dopo aver vissuto i due giorni del Godai Fest?
Spero innanzitutto che il pubblico arrivi con la giusta predisposizione: chi compra un biglietto per un festival così ricco e complesso è già, di per sé, una persona curiosa e aperta. Questo è l’approccio ideale per entrare nello spirito del Godai. Vorrei che, muovendosi liberamente nel parco e lasciandosi sorprendere dalle arti, le persone portassero a casa un grande senso di condivisione, di comunione, di curiosità.
Per me le due vere forze del festival sono proprio libertà e curiosità: spingono chi lo fa – artisti, performer, organizzatori – ma anche chi lo vive come spettatore. Mi ricordo ad esempio ad Ancona il pubblico molto giovane, che rimase entusiasta nel non trovare confini o barriere, ma la possibilità di esplorare linguaggi e mondi nuovi. Quel senso di libertà è ciò che spero rimanga dentro chi partecipa, perché l’arte non ha bisogno di steccati o categorie: è infinita, ed è questo che la rende così potente.
Il Godai Fest non è solo un festival, ma un viaggio tra elementi, linguaggi e sensibilità diverse, con l’obiettivo di generare stupore, domande e connessioni. Rodrigo lo descrive come un gioco, una sfida produttiva ma soprattutto un atto politico e poetico: un’esperienza che invita a superare confini e a lasciarsi attraversare dall’arte in tutte le sue forme. A Milano, nel cuore verde del Parco Ex Paolo Pini, il pubblico è chiamato a vivere due giorni di libertà e curiosità condivisa: forse il dono più prezioso che il Godai Fest possa lasciare.

