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Simona Carella, questo EP porta il mio nome perché vita e musica sono la stessa cosa

Il primo EP di Simona Carella non è solo una raccolta di sette brani, ma un vero e proprio autoritratto. Un progetto che porta il suo nome perché racchiude tutto ciò che l’artista è oggi: il percorso umano, la crescita artistica, le paure trasformate in forza e una scrittura sempre più autentica. Dopo la vittoria di LAZIOSOUND Recording, l’uscita del disco e i primi importanti palchi, Simona guarda già al futuro senza perdere il legame con ciò che l’ha portata fin qui. Ne abbiamo parlato con lei.

Hai scelto di intitolare il tuo primo EP con il tuo nome. Quanto è stato importante presentarti al pubblico attraverso un progetto così personale?

Questo disco è così personale che doveva portare il mio nome e cognome, perché per me vita e musica vivono in una simbiosi totale: non riesco a scindere le due cose, mi sento una cosa sola. È proprio un modo per presentarmi senza filtri, in maniera trasparente, con la mia penna e le mie attitudini. Sono molto felice di essermi presentata al pubblico in un’unica veste.

In questi sette brani racconti il tuo percorso tra musica, amore e crescita personale. C’è una canzone che senti rappresenti più di tutte la Simona di oggi e perché?

Probabilmente “Shangai”. È uno dei brani scritti più di recente e racconta una fase che sto vivendo proprio adesso: quella dell’affidarsi completamente, rischiando di far cadere tutti i bastoncini, proprio come nel gioco dello Shangai.

Hai definito questo EP il tuo manifesto artistico. Come pensi sia cambiato il tuo modo di scrivere e raccontarti nei tre anni di lavorazione del progetto?

Sono stati i tre anni più belli della mia vita, anche a livello personale. Ogni volta che uscivo dallo studio mi sentivo cresciuta, diversa, più consapevole. È stato un vero percorso dentro me stessa. Parlare con il mio autore è stato un po’ come andare dallo psicologo: liberatorio. All’inizio volevo scrivere subito strofe perfette, poi ho imparato ad ascoltarmi e ad avere pazienza.

Il disco unisce sonorità urban pop, ballad ed elettronica. Come avete lavorato in studio per trovare un equilibrio tra questi linguaggi musicali senza perdere la tua identità?

Abbiamo lavorato in maniera molto sinergica io, il mio co-autore Daniel Riggione e il mio produttore Alessandro D’Enrico. Il primo obiettivo era trovare una direzione, poi approfondirla e sperimentare. Da “Niagara”, una delle prime canzoni scritte, a “Però sono ancora vestita”, la più recente, c’è un mondo in mezzo, ma credo siano tutte legate dallo stesso intento. Ad esempio, in “Ali sporche” c’è la stessa componente elettronica di “Luna di Plastica”, mentre ritrovo lo stesso modo di scrivere diretto di “Air Max”. Il filo conduttore si percepisce davvero.

Nel tuo percorso hai trasformato quella che consideravi una fragilità, la tua voce roca, in un tratto distintivo. Quanto è stato importante imparare ad accettare e valorizzare questa caratteristica?

Bellissima domanda, perché la voce per me viene prima di tutto. Nasco come interprete e solo dopo ho scoperto il mondo del cantautorato e della produzione. Fin da bambina studiavo tecnica vocale, poi a undici anni ho scoperto di avere un problema alle corde vocali dalla nascita che mi ha profondamente limitata. A sedici anni, però, è scattato qualcosa: ho capito che la gara delle emozioni supera di gran lunga quella della perfezione estetica della voce.

Da quel momento ho iniziato ad apprezzare le mie venature e anche le mie imperfezioni, purché fossero vere e dirette.

Dopo la vittoria di LAZIOSOUND Recording, l’uscita dell’EP e il tour estivo, quali sono i prossimi obiettivi che sogni di raggiungere? E cosa vorresti che il pubblico portasse con sé dopo aver ascoltato “Simona Carella”?

È stato un anno bellissimo, in cui ho iniziato finalmente a raccogliere i frutti del lavoro fatto. Martedì sera ho aperto il concerto di Noemi ed è stata un’esperienza che ricorderò per sempre. Con lo sguardo sempre rivolto al futuro, continuerò a scrivere seguendo questa dimensione sonora e questo progetto artistico. Ho voglia di scoprire dove mi porterà il mio istinto e spero che il pubblico possa portare con sé tutta l’energia di questo disco.

Quale brano consiglieresti di ascoltare per capire davvero chi è Simona Carella?

Senza dubbio “Niagara”. In questi tre minuti è racchiuso tutto il mio mondo: la direzione produttiva che sento più mia, le melodie che mi strappano il cuore e l’intesa tra la mia penna e quella del mio co-autore. È il fulcro del disco perché unisce quella vena malinconica ma potente che fa da filo conduttore a tutte le altre tracce. E poi è il brano che continua a emozionarmi di più ogni volta che lo canto.

Con questo primo EP, Simona Carella sceglie di mostrarsi senza maschere, trasformando esperienze personali, fragilità e crescita in musica. Un progetto che racconta non solo il punto di partenza della sua carriera discografica, ma anche la direzione che intende seguire: quella di un’artista che mette sempre la verità al centro delle proprie canzoni. Se questo è solo l’inizio, il percorso di Simona lascia già intravedere un’identità artistica precisa e una voce capace di distinguersi nel panorama della nuova musica italiana.