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Elephant Brain a Perugia, il live dove la musica diventa famiglia

Gli Elephant Brain tornano a casa. Eh si, in quella casa in cui li ho visti la prima volta a marzo dello scorso anno, a Perugia. L’Urban Club sembra rimasto invariato nel tempo, un po’ come il viaggio che ho fatto per arrivare lì, o forse invece è cambiato tutto, ma i capisaldi sono sempre lì: lo sciopero generale il giorno della partenza, la nebbia per quasi tutto il tragitto, la casa che ci aspettava, ma soprattutto la mia Fab che me li ha fatti conoscere. Ecco si, per l’ennesima volta la musica si fonde insieme all’amicizia e penso che nessuno, come gli Elephant, possano abbracciare questo messaggio.

E’ nel vortice di note che questo live reportage comincia. Lo stereo della mia macchina con la musica a palla con 4 persone con gusti musicali totalmente diversi, ma che si uniscono – urlando a squarciagola“Scappare sempre”. E quindi forse il motivo del viaggio è proprio scappare da quei pensieri troppo pesanti. Da quei drammi che ti hanno sconvolto le giornate, dalle delusioni delle persone a cui tenere, dalla vita che inevitabilmente ti fa crescere. E potremmo dare la colpa al tempo che passa, ma se ascolti “Almeno per ora, l’album che hanno presentato prima a Roma, poi a Perugia, quasi smetti di trovare un colpevole cominciando a vivere. E magari anche a pogare.

Il concerto si apre con “Il nulla è già molto“, l’inizio che a Roma mi ha fatto cominciare a piangere. Lì ero sola, stretta solo nel mio abbraccio e tra i miei ricordi. Qui no, qui al primo accenno di occhio lucido sono stata abbracciata dalle persone del mio cuore. “E torneremo a perderci, a non parlarci più” l’intro dell’album, l’intro del live. Parlando con i ragazzi dicono che è una scelta naturale, spontanea e forse hanno ragione, sarebbe stato impossibile iniziare il viaggio in modo diverso.

Da lì in poi il tempo comincia a piegarsi. Le luci dell’Urban Club si abbassano e il ritmo sale. E’ un insieme di corpi che si stringono, di sudore sulla pelle, di lividi che – inevitabilmente – usciranno domani. Non c’è più distinzione tra chi suona e chi ascolta, tra chi è sul palco e chi è venuto solo per sentirsi un po’ meno solo. Gli Elephant Brain non fanno concerti, costruiscono rifugi temporanei. E Perugia, per una sera, anche per chi viene da fuori è di nuovo casa.

E quando si parla di amicizia, è impossibile non citare i FASK. A un certo punto il palco si riempie, senza bisogno di annunci o spiegazioni. Salgono tutti insieme, come si fa tra amici veri, e in un attimo l’Urban Club diventa qualcosa di più di un locale. Non è solo una sorpresa per il pubblico, non è solo un momento musicale: è un gesto. Una dichiarazione d’amore. Sul palco c’è complicità, sotto il palco c’è gratitudine. Un momento di amicizia e affetto universale, uno di quelli che solo la musica può dare, e che ti resta addosso molto più a lungo di qualsiasi riff.

In quell’istante tutto aveva senso: il viaggio, la nebbia, la stanchezza, i pensieri lasciati indietro. Perché alla fine, in mezzo a quel vortice di note e volti familiari, era chiaro che non si trattava solo di un concerto, ma di una celebrazione. Dell’amicizia, della condivisione, e di quel sentirsi parte di qualcosa che, anche solo per una sera, ti fa sentire esattamente nel posto giusto.

Tra un brano e l’altro c’è spazio per respirare, ma poco. Giusto il tempo di guardarsi intorno e riconoscersi. Le voci si sovrappongono, i testi diventano nostri, li cantiamo con una convinzione che fa quasi paura e qualche lacrima scende. “Scappare sempre” non è più solo una canzone, è una dichiarazione collettiva, un patto non scritto tra sconosciuti che per due ore decidono di scappare insieme. Il pogo esplode naturale, senza violenza, come un abbraccio disordinato. Cadi, ti rialzi, ridi. Ti perdi e poi ti ritrovi con le mani sulle spalle di qualcuno che non conosci, ma che in quel momento è esattamente dove dovresti essere. È in quei minuti che capisci davvero cosa intendevano quando parlavano di vivere “almeno per ora”.

Ogni pezzo arriva come una piccola scossa. Alcuni fanno male, altri curano. Tutti lasciano qualcosa. Sul palco c’è gratitudine, sotto il palco c’è riconoscenza. Gli sguardi si incrociano, le parole dette tra una canzone e l’altra sembrano rivolte a ognuno di noi, come se gli Elephant Brain sapessero esattamente cosa ci portiamo addosso entrando in quel locale.

E quando il live degli Elephant Brain si avvicina alla fine, non c’è fretta di andare via. Anche perchè come minimo ci si scambiano i saluti, ci si abbraccia e ci si riconosce. Si resta lì, sospesi, con la sensazione che qualcosa si sia sistemato anche se non sappiamo bene cosa. Forse non abbiamo risolto niente, forse domani i pensieri torneranno pesanti, ma per questa sera no. Per questa sera siamo tornati a casa.

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