La recensione del nuovo disco “Calcinacci” di Fulminacci parte inevitabilmente dal momento in cui arriva: dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2026 con “Stupida sfortuna“, brano che gli è valso il Premio della Critica “Mia Martini”. È un punto di svolta nel percorso del cantautore romano, che con questo progetto sembra voler consolidare la propria identità artistica senza rinunciare alla spontaneità che lo ha reso riconoscibile.
“Calcinacci” è probabilmente il lavoro più intimo di Fulminacci. Uno di quei lavori che arriva quando la vita ti fa cambiare strada, quando tutto crolla e lascia solo macerie, oltre che la consapevolezza che nulla mai sarà come prima. Lo stesso artista racconta di averlo realizzato a Roma, senza la pressione di tempi stretti o spostamenti continui. un lavoro che è nato con tempo, con metodo, ma anche con tanta vita vissuta. Questa libertà si sente chiaramente nel disco: il suono è più asciutto, essenziale, quasi minimale.
La produzione, affidata a Golden Years, lascia spazio soprattutto a testi e melodie, che rimangono il vero centro emotivo dell’album. Non ci sono arrangiamenti eccessivi, non ci sono strutture che ostruiscono il pensiero o costruzioni troppo elaborate: tutto sembra voler restituire la sensazione di qualcosa di spontaneo, nato quasi per gioco ma capace di raccontare molto.
Il titolo è una delle chiavi più interessanti del progetto. I calcinacci sono i detriti che restano dopo una demolizione, ma anche il materiale che segna l’inizio di una nuova costruzione. Questa doppia immagine attraversa tutto il disco: da una parte la fine di qualcosa – relazioni, certezze, momenti della vita – dall’altra la possibilità di ricominciare, di creare e di progettare tornando a sognare.
Il progetto
Fulminacci racconta questi passaggi con il suo stile tipico: ironico, malinconico ma mai pesante. I suoi personaggi vivono situazioni quotidiane, spesso imperfette o contraddittorie, e proprio per questo risultano incredibilmente autentici. Nel corso delle tredici tracce l’album attraversa diversi momenti emotivi: relazioni irrisolte, addii e cambiamenti, piccoli episodi quotidiani che diventano simbolici.
Brani come “Indispensabile” o “Maledetto me” mostrano il lato più introspettivo del cantautore, mentre pezzi come “Da qualche parte in Italia” o “Casomai” conservano quella leggerezza narrativa che da sempre caratterizza la sua scrittura. Un progetto costruito minuziosamente, uno di quelli che si fanno ascoltare con la certezza di non restarne delusi. Nel disco, inoltre, compaiono due featuring che si inseriscono perfettamente nell’universo musicale di Fulminacci. La presenza di Franco126, grandissimo ritorno, in “Fantasia 2000” aggiunge un tocco nostalgico e romano, mentre quella di Tutti Fenomeni in “Mitomani” porta un’energia più imprevedibile e surreale. Non sono collaborazioni inserite per strategia commerciale, ma incontri artistici coerenti con l’atmosfera del disco.
Un progetto che va oltre la musica
Una delle idee più interessanti di “Calcinacci” è la sua espansione visiva. L’album è infatti accompagnato da un cortometraggio omonimo che sviluppa in forma cinematografica le atmosfere e le storie raccontate nei brani. Questa scelta dimostra la volontà di Filippo di ampliare il linguaggio del suo progetto, trasformando il disco in qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni. Un’idea che racconta molto più come essere umano che come artista, dopotutto con le cose rotte ci puoi fare due cose: le butti o le ripari. Filippo ha ripreso la sua vita in mano, stravolgendola, raccogliendo i cocci del passato e creando nuova luce.
“Calcinacci” è un album che parla di imperfezione, crescita e cambiamento. Non cerca di stupire con effetti spettacolari, ma punta su qualcosa di più difficile: la sincerità. Fulminacci continua a raccontare la vita con uno sguardo semplice ma profondamente umano. E proprio come suggerisce il titolo del disco, tra i pezzi di ciò che si rompe si nasconde sempre la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

