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Alfa, a Roma il “gran finale” di un tour sold out

Non era la prima volta che vedevo Andrea, ma è stata senza dubbio la più emozionante. Prima però facciamo un passo indietro, perché il concerto di Alfa inizia molto prima di entrare al Palazzo dello Sport. Inizia sui social, tra le storie delle persone in fila dal giorno prima, da quei sorrisi sinceri che – nonostante il freddo e la stanchezza – ti accolgono come una tisana calda.

Appena varchi i cancelli, l’aria cambia. Il rumore delle conversazioni si fonde con le prime note che arrivano dal palco, ancora a volume basso, quasi a testare l’attesa. Le luci iniziano a danzare tra la folla e senti che ogni passo verso il palco ti avvicina a un momento che si respira prima ancora che lo vedi. Non importa in che punto del Palazzetto ti trovi, è magia pura. In questo incredibile evento, che chiude un tour lungo due anni, non manca certo la gioia; la stessa che vedi sui sorrisi dei bambini che riempino gli spalti stretti nell’abbraccio dei loro genitori.

Le luci si abbassano un istante, solo il tempo necessario perché il brusio si trasformi in un’unica vibrazione. Poi, come un’esplosione silenziosa, parte il divertente siparietto del Comandante Tommy Cavassi che ci dà il “benvenuto a bordo” e ci spiega le misure di emergenze prima di prendere il volo. E quindi parte il conto alla rovescia 10-9-8, i musicisti cominciano a prendere posizione sul palco 7-6-5, il palco si illumina 4-3-2-1 e Andrea entra. Non c’è bisogno di annunciarlo: è la sua presenza a far partire tutto. La platea reagisce con un boato che sembra sollevare il pavimento e per un attimo hai la sensazione che il Palazzetto abbia davvero preso il volo.

Le prime note di “Ma so che era innamorato” arrivano come un’onda calda, travolgente e basta uno sguardo per capire quanto questa canzone sia diventata una casa per molti. Andrea si muove con la naturalezza di chi non sta “tenendo un concerto”, ma sta incontrando persone. Ogni passo, ogni sorriso, ogni gesto sembra un filo che lega lui e chi lo guarda. La scenografia cambia in continuazione: colori che si inseguono, protagonisti perfetti di una serata che non conosce pause.

Con “Come il sole” la temperatura sale, la folla si muove all’unisono e il Palazzetto diventa un’unica costellazione di braccia e telefoni che illuminano l’aria. Le voci si intrecciano, alcuni cantano a squarciagola, altri con un filo di voce che trema, ma tutti, davvero tutti, sono dentro la stessa emozione. E io mi trovo lì, in un angolino, a godermi la scena, a godermi quell’incredibile manto di lucine e sorrisi che mi scaldano il cuore.

Ma il concerto non è solo emozione: è anche sorpresa, stupore, festa.
Il super ospite della serata è Alex Britti. L’annuncio non arriva, non serve: basta vederlo comparire sul palco perché l’arena esploda in un boato. Andrea gli corre incontro con lo stesso entusiasmo di un ragazzo che incontra uno dei suoi miti, e insieme attaccano “Una volta sola”, trasformando il Palazzetto in una jam calda, viva, piena di chitarre che si rincorrono e si parlano. È uno di quei momenti che senti unici appena iniziano: due mondi diversi che si incastrano alla perfezione, due generazioni che condividono la stessa emozione davanti a migliaia di persone.

Poi arrivano quelle canzoni che fanno abbassare il ritmo del battito cardiaco e alzare quello del cuore: “Sogna ragazzo sogna” inizia con un’immagine che toglie il fiato. Appena parte la base, Andrea è già in alto, sospeso su una piattaforma che taglia il buio, avvolto da fumi leggeri che sembrano nuvole vere, le nuvole di un viaggio incredibile. Un viaggio fatto di chilometri, palazzetti, abbracci, attese, sogni, piccole grandi vittorie.

Da lassù, immerso in quella scenografia sospesa, la sua voce arriva più chiara, più fragile, più vicina. Il Palazzetto sotto di lui diventa un abbraccio collettivo che cerca di accorciare la distanza tra quotidiano e sogno. È un momento che non si dimentica. Andrea che canta dall’alto, come se fosse proprio lui il ragazzo che sogna, che cade, che si rialza, che riparte.

Alla fine del brano Andrea si porta una mano sul cuore e, con una sincerità disarmante, ringrazia Roberto Vecchioni. Un ringraziamento semplice, limpido. Un passaggio di testimone, un gesto di rispetto verso chi ha scritto un pezzo che continua a parlare a generazioni intere.

Ed è alla fine di questo momento che parte “5 minuti” e ve lo giuro, io ci ho provato a restare impassibile. A non piangere almeno questa volta. La verità è che fin dalle prime note mi sono ritrovata avvolta dalla voce di Andrea che mi trasportava indietro nel tempo. A quei momenti in cui potevo ancora telefonare ai miei due angeli. Quelli a cui oggi vorrei raccontare ogni singola cosa che mi succede e che – purtroppo – non sono più qui. Questa canzone è un soffio di vento che smuove i ricordi e ti regala un momento di sana nostalgia. Uno di quelli in cui ti è concesso riabbracciare “ancora 5 minuti in più” le persone che non ci sono più.

E mentre mi riprendo da “5 minuti”, sul palco arriva uno dei momenti più particolari della serata: il tatuaggio.
Andrea si siede al centro, le luci si concentrano su di lui e la sua tatuatrice sale sul palco. Un omaggio a tutti noi, u piccolo modo per connetterci per sempre: farsi tatuare il numero totale delle persone presenti al tour, un modo semplice e concreto per fissare sulla pelle ciò che questa lunga esperienza ha significato per lui.

Subito dopo si riparte e l’atmosfera cambia di nuovo. Arriva l’ultima canzone, quella che tutti aspettano: “Cin Cin”.
Le prime note scatenano la platea e Andrea, prima di iniziare il ritornello, prende un momento per parlare. Non fa un discorso lungo, ma dice qualcosa che arriva dritto: che bisogna accettare il processo, anche quando non è lineare. Che le cadute fanno parte del percorso, e che non c’è nulla di sbagliato nel fermarsi, sbagliare, ricominciare. “È normale cadere, l’importante è come ci rialziamo”, dice. Una frase semplice, ma che dentro un palazzetto così pieno suona più forte.

Poi parte il ritornello, tutti cantano, tutti saltano. Andrea sorride, guarda il pubblico come per memorizzare quel momento. È un finale pulito, potente, senza troppa scenografia: solo lui, la sua band e migliaia di persone che gli rispondono a voce piena. E quando le luci si accendono, si percepisce chiaramente che la serata è finita, ma l’effetto che ha lasciato continuerà ancora un po’.

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