“micr00nde”, il nuovo singolo dei Cara Calma, non entra piano. E non ha alcuna intenzione di farlo. Tutto parte dal coro, un meraviglioso insieme di voci, che si mischiano e diventano parte di qualcosa di più grande. È questo l’intro di micr00nde. E si sente che non è costruito. Sono amici, sono persone vere. Voci che non devono essere perfette, ma che riescono a fondersi insieme perfettamente. Ed è proprio questo il punto: prima ancora che arrivi la botta, prima che i bpm salgano, prima di tutto questo c’è un momento collettivo, quasi caldo, il sunto perfetto di quello che i Cara Calma rappresentano. Una roba semplice, ma potentissima. Inclusione senza retorica. Dura un attimo, perchè quando il pezzo parte davvero, quel senso di “insieme” si incrina subito.
Perché “micr00nde” è attrito. È quel momento in cui smetti di stare zitto, smetti di stare al gioco e inizi a rispondere male. Non per fare scena, ma perché non ce la fai più a filtrare. Il suono è quello: sporco, tirato, senza respiro. Sembra già suonato dal vivo all’ascolto e forse mi ci vedo già lì, con qualcuno che spinge da dietro e nessuno che rallenta. Il suonato delle chitarre non cerca bellezza, ma cercano di arrivare, dritto in faccia. La voce di Riccardo non accompagna, ti viene addosso, quasi ti picchia.
E il testo non ti lascia vie facili. Non prova a essere elegante, prova a essere vero. “Butto la testa nel microonde” non è una frase buttata lì: è quella sensazione precisa di quando sei saturo, quando tutto si accumula e non riesci più a tenerlo dentro. Ma il punto non è la sofferenza. È il fraintendimento. C’è sempre qualcuno pronto a etichettarti, a incasellarti al volo, a dirti “sei depresso” giusto per sentirsi a posto. Sorrisi finti, empatia da manuale, frasi già pronte. E invece no: qui non c’è niente da curare, c’è solo da guardare meglio la merda in cui si è immersi. E allora quel “col cazzo che sono depresso” non è una difesa, è una presa di posizione netta. È attacco. È dire: non sono io che sto crollando — siete voi che avete normalizzato tutto, anche lo schifo.
La rabbia che attraversa il pezzo non nasce dal vuoto. Nasce da una lucidità troppo forte, dal vedere troppo chiaramente quello che c’è intorno. E a un certo punto quella chiarezza pesa, diventa ingestibile. Il 9 maggio allora non è una data a caso. È una direzione precisa, un richiamo diretto a Mr. Robot. L’idea di mandare in crash il sistema, di rompere qualcosa perché così com’è non funziona più. E quando entra quel “hello friend”, appena prima del ritornello, è come se qualcuno parlasse direttamente dentro la testa. Non è solo una citazione: è una rottura, è il momento in cui capisci che sta per saltare tutto.
E a quel punto torni con la testa all’inizio, a quel coro. E capisci che non era solo un’intro. Era un contrappeso. Un modo per dirti che, anche dentro tutto questo casino, non sei completamente solo. Ma non è una soluzione. È solo reale.

