lazza rock in roma

Lazza Rock in Roma: pioggia, emozioni e verità sotto le stelle di Capannelle

A Roma non pioveva così tanto da settimane. Eravamo tutti, più o meno, consapevoli che la nuvola di Fantozzi sarebbe arrivata in quel di Capannelle, ma quello che è effettivamente successo è stato qualcosa di inimmaginabile. Una bomba d’acqua che ci ha colpiti in pieno prima del live di Lazza a Rock in Roma.

L’Ippodromo si è trasformato in una piscina di fango, sudore e cori da stadio. Perchè si, nonostante il tempo fosse terribile, nessuno ha arretrato di un cm in attesa di Lazza. O almeno, ci abbiamo provato fino a quando la situazione non è stata talmente insostenibile da doverci rinchiudere in un bagno chimico per proteggere l’attrezzatura. Poi, di colpo, il miracolo. Uno spicchio di cielo illuminato di un arancione brillante si è portato via le nuvole regalandoci la speranza di un concerto umido, ma non bagnato. E così è stato.

Lazza sale sul palco con “Zeri in più (La Locura)” e tutto si ferma. Tiro fuori la mia camera e comincio a scattare, a riprendere momenti che resteranno attaccati al cuore per un po’. E’ la prima volta che faccio le foto a Rock in Roma e mentre Jacopo canta sul palco il mio cervello si ferma. Solo un anno fa ero dall’altra parte della transenna, tra quei volti sudati e felici che oggi cerco di raccontare in questo piccolo spazio che mi sono costruita e tutto diventa chiaro: certe luci non puoi spegnerle.

“Dopo San Siro, questa è la mia seconda data del cuore”, confessa Lazza poco dopo l’ingresso sul palco. Ed è questa frase che mi riporta sulla terra, smettendo di essere un automa che scatta, ma cominciando a vivere quell’emozione. Lazza parla direttamente con il suo pubblico, lo abbraccia da lontano consapevole che molti di loro il giorno dopo avranno la polmonite e riparte. Da quel momento in poi, non c’è più spazio per esitazioni: si entra in un live serrato, ruvido, sincero. Niente effetti speciali, se non il classico fumo e le fiamme a ritmo con la musica, ma tanta sostanza. Una scaletta da oltre trenta brani e pochissime pause. L’obiettivo è chiaro: essere lì per chi è lì per lui.

I primi tre pezzi finiscono, rimetto a posto l’attrezzatura e mi intrufolo nella folla insieme alla mia partner in crime. Li guardo tutti i ragazzi di Lazza. Una generazione che bisogno di credere in qualcosa. Di sognare un futuro in cui essere libero di vivere come vuoi, senza regole e senza pensieri. La vita non è questo, ma lasciateci pogare ancora un po’ sotto un manto di stelle. E si, lo prendo come un segno: dopo ogni tempesta, torna sempre il sereno.

Il live continua e no, non è solo spinta, pogo e adrenalina. C’è spazio anche per la parte più introspettiva di Lazza, quella che parla d’amore, fallimenti, orgoglio e silenzi. “Certe cose”, “Mezze verità”, “Panico” arrivano dritti allo stomaco e non posso fare a meno di guardare gli amici che mi sono scelta vivere queste canzoni, ognuno a proprio modo. Non è semplice rap: è confessione. È vita.

Arriva “Buio davanti” e l’Ippodromo prende vita. Tutti tirano fuori le torce, illuminano tutto, è una visione collettiva. Jacopo si avvicina al piano e tutto attorno a noi si ferma. Le stelle fanno da cornice ad uno dei momenti più belli dell’intero concerto e non nego di aver dovuto trattenere le lacrime in più momenti.

Lazza regge da solo tutto lo show, non si ferma un attimo. Non servono ospiti. Il suo vero unico featuring è il suo pubblico: instancabile, viscerale, affezionato, incredibile. La platea è parte attiva del racconto, in ogni strofa, in ogni ritornello urlato come fosse una promessa. E quando, tra un pezzo e l’altro, Jacopo si prende un momento per cantare “Alibi” a cappella, senza base, l’intenzione è chiara: rispondere con la voce nuda a chi lo aveva accusato di playback a San Siro. Il messaggio è diretto, senza filtri: “Io ci sono, e questa è la mia voce.”

Il ritmo rallenta e arriva la canzone che, personalmente, sapevo che mi avrebbe uccisa. Come la prima volta che distrattamente l’ho sentita a Sanremo. Ho tolto il telefono affidando la realizzazione del “video ricordo” per poi stringermi in me stessa godendomi ogni singola parola di “100 messaggi”, urlando l’ultimo ritornello circondata da alcune delle mie persone preferite. Le stesse che conoscono i miei buchi neri e riescono comunque ad accettarli. Un abbraccio che squarcia tutte le lacrime e mi ricompone i pezzi, un effetto calmante, uno di quelli che capitano poche volte nella vita e beh quando lo provi, non lasciarlo volare via. Assaporalo. Ogni istante.

E’ sulle note di Ferrari Remix che Lazza chiude il concerto romano. La canta, poi saluta. Ringrazia. Si prende un attimo per guardare il pubblico come se volesse fotografare quel momento. Un patto silenzioso tra artista e pubblico. Niente fuochi d’artificio, nessuna distrazione scenica. Solo lui, la sua voce, il suo pianoforte. E migliaia di cuori che battevano allo stesso ritmo.

In un mondo dove spesso la musica si confonde con il rumore, e dove tutto sembra filtrato, ritoccato, confezionato per piacere, Lazza ha scelto la verità. Cruda, nuda, bagnata dalla pioggia. Ha messo sé stesso sul palco, senza maschere, senza paura. E il pubblico lo ha riconosciuto. Lo ha seguito. Lo ha cantato.

Anche sotto la pioggia. Soprattutto sotto la pioggia. Perché quando la musica è vera, non si cerca riparo. Si resta lì. A sentirla entrare.

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