Giuse The Lizia è tornato, e lo fa come la primavera che – timidamente – sta arrivando in una Roma fin troppo piovosa. Così, in un venerdì di maggio, torna il principe dell’indie italiano: uno di quelli che fa musica prima di tutto per sé stesso e per chi si infila le cuffie nei giorni storti per ritrovare un po’ di energia.
Uno che se ne sbatte delle logiche di mercato, della ricerca quasi ossessiva della hit, delle classifiche e di quel pensiero unico che impone agli artisti di non esporsi mai davvero. Ecco, con “Istruzioni”, Giuse The Lizia fa esattamente tutto ciò che oggi “non si dovrebbe” fare. Ed è proprio per questo che bisogna ringraziarlo.
“Istruzioni” è quasi punk: irriverente, vera, potente. Fa quello che la musica pop italiana non riesce più a fare da anni, e lo fa senza pretese, semplicemente esistendo. Parla direttamente alla generazione di oggi, a tutti quei ragazzi con sogni troppo grandi per un mondo che promette tanto, ma restituisce sempre troppo poco. E lo fa gettando fango su questo sistema “usa e getta”, sull’idea tossica che nella vita esista una sola possibilità, su questo tempo che ci viene rubato mentre rincorriamo qualcosa che sembri davvero fatto bene.
In queste parole finiamo per riconoscerci tutti, con quel nodo alla gola che arriva soprattutto quando capisci che, tra pochi mesi, il numero davanti alla tua età passerà da 2 a 3. Ed è tutto lì sapete, nella capacità di Giuse di decostruire una società sbagliata con parole semplici, senza grandi sovrastrutture musicali. Perché la forza di Giuse The Lizia non sta mai nell’alzare la voce, ma nel riuscire a dire cose enormi attraverso immagini piccole, quotidiane, quasi invisibili.
Non c’è bisogno di effetti speciali. Non c’è costruzione elaborata: basta una frase detta nel modo giusto per sentirsi improvvisamente capiti. E oggi, in una scena musicale dove spesso tutto sembra studiato per durare il tempo di uno scroll, questa sincerità ha qualcosa di disarmante.
“Istruzioni” non prova a salvare nessuno, e forse è proprio questo il suo pregio più grande. Non offre soluzioni facili, non vende l’illusione che andrà tutto bene. Racconta piuttosto quella sensazione costante di smarrimento che accompagna una generazione intera: il sentirsi sempre in ritardo, sempre incompleti, sempre a metà di qualcosa.
Noi cresciuti con l’idea che bastasse impegnarsi abbastanza per trovare il proprio posto nel mondo ci siamo ritrovati a vivere in un tempo precario. Uno di quelli con il ritmo veloce, consumato dall’ansia di dover continuamente dimostrare qualcosa. E allora queste canzoni diventano quasi un rifugio.
Non perché ci facciano scappare dalla realtà, ma perché riescono finalmente a guardarla in faccia senza filtri. Parlano di fallimenti, aspettative, paura del futuro, del peso di certe giornate che sembrano tutte uguali. Parlano di quella pressione silenziosa che ci accompagna. Quel pensiero fisso ogni volta che pensiamo al tempo che passa, agli obiettivi non raggiunti, alle vite degli altri che sembrano sempre andare meglio delle nostre.
C’è una lucidità profondissima nel modo in cui Giuse osserva il presente. Un presente che ci chiede continuamente di correre, produrre, performare, migliorarci, senza lasciarci mai davvero il tempo di vivere. Un sistema che consuma tutto troppo in fretta. Relazioni, sogni, passioni, perfino le persone e che ci fa sentire sostituibili nel momento stesso in cui proviamo a costruire qualcosa.
Ed è forse qui che “Istruzioni” colpisce davvero: nella sua capacità di trasformare inquietudini personali in qualcosa di collettivo. Perché dentro queste parole ci finiamo tutti, soprattutto chi sta imparando che diventare adulti non significa avere finalmente delle risposte, ma convivere ogni giorno con domande sempre nuove.

