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Ernia a Roma: il live reportage di una notte no skip

Se me l’avessero detto un anno fa, probabilmente non ci avrei creduto. E invece eccomi qui, a raccontarvi il live reportage del concerto di Ernia a Roma. Sì, perché a volte anche l’impossibile diventa realtà. Ernia mi è sempre piaciuto, certo, ma mai così tanto da immaginarmi sotto un palco a cantare ogni parola. E invece qualcosa è cambiato.

Tutto è iniziato lo scorso ottobre, quando è uscito Per Soldi e Per Amore: uno di quegli album “no skip”, di quelli in cui trovi davvero tutto ciò di cui hai bisogno. C’è la ballad malinconica che ti fa guardare al passato e al futuro, i pezzi carichi di rabbia, quelli che creano un legame profondo tra te e l’artista, e quelli da dedicare agli altri — ma prima di tutto a te stessa. Un progetto ricco di collaborazioni interessanti, da Madame a Marracash, passando per i Club Dogo e Kid Yugi, che mi ha conquistata traccia dopo traccia. E così, eccoci qui: pronte a raccontare le emozioni di un live infuocato.

Quando entro dentro al palazzetto manca ormai poco all’inizio, e si sente. Il pubblico si muove veloce, quasi in apnea, per conquistare i propri posti sui tre anelli, mentre sotto il parterre è già vivo, pulsante. È pieno di sorrisi, di telefoni alzati, di occhi che si cercano e si riconoscono senza bisogno di presentazioni. Storie diverse che, per la prima volta, si intrecciano sotto quel grande “Istituto per soldi e per amore” che domina la scena come un manifesto.

C’è chi è lì dalle prime ore del pomeriggio, chi arriva all’ultimo secondo con ancora il fiato corto, chi si guarda intorno cercando di realizzare davvero dove si trova. Ma la sensazione è la stessa per tutti: quella di stare per entrare in qualcosa che va oltre il semplice concerto. E so, forse sembrerò ripetitiva, ma la parte più bella del concerto è guardare gli altri attorno a me, cibarmi delle loro emozioni e osservare i loro occhi lucidi così da ricordare per sempre come ci si sente, ad essere felici.

E quando le luci iniziano ad abbassarsi, tutto trova il suo posto. Anche tu. E anche io sotto al palco, pronta a scattare.

Il buio dura solo un istante, poi sugli schermi prende vita l’intro: il videoclip. Le immagini scorrono precise, riconoscibili, quasi ipnotiche. Il palazzetto si zittisce per un attimo, come se tutti stessero trattenendo il respiro nello stesso momento. È un’apertura cinematografica, studiata, che costruisce tensione e aspettativa senza bisogno di parole. E poi eccolo lì, Matteo che si presenta sul palco con “Mi ricordo“. Non è una scelta casuale. E’ un brano che funziona come una chiave d’ingresso, quasi una dichiarazione d’identità: parla di memoria, di percorso, di tutto ciò che ti ha portato fin lì. Iniziare da qui significa mettere subito le cose in chiaro, creare un ponte tra Ernia e il suo pubblico ancora prima che il live entri davvero nel vivo.

Una scaletta serrata, che riesce a creare un continuo tra il passato e il presente, tra l’iconicità di alcuni brani e le chicche nascoste che solo i fan più esperti ricordano a memoria. Barre strette, canzoni che abbracciano il pop e che uniscono la scena, qualche esempio? Parafulmini, 10 ragazze, Da Denuncia.

Il pubblico risponde a tutto, senza esitazioni. Su “Così stupidi” e “Gotham” l’energia è immediata, viscerale, mentre “Come uccidere un usignolo” alza ancora di più l’intensità, trasformando il parterre in un unico corpo che si muove e respira all’unisono. È in questi momenti che capisci quanto certe canzoni, dal vivo, cambino completamente dimensione.

E mentre il live va avanti, ti rendi conto che non stai più solo guardando: stai partecipando. Sei dentro ogni ritornello, dentro ogni pausa, dentro ogni sguardo che si incrocia tra palco e pubblico. Poi arriva uno di quei momenti che spostano davvero l’energia della serata. Le luci cambiano, l’atmosfera si fa più densa, e senza troppi annunci entra Kid Yugi. L’impatto è immediato, quasi cinematografico. Con “Fellini” il palco si trasforma. Il mood si scurisce, diventa più sporco, più narrativo, più tagliente. E ti rendi conto che la manifestazione funziona perchè questa, tra tutte le canzoni, era quella che avrei voluta vedere live.

Mentre scatti, mentre cerchi di fare il tuo lavoro senza perderti nulla, mentre canti a squarciagola senza nemmeno accorgertene. Le immagini dei viaggi in macchina tornano prepotenti, come un montaggio improvvisato nella testa. E il live diventa anche un tuo piccolo film personale, sovrapposto a quello che sta succedendo davvero.

Poi tutto diventa più pesante e arriviamo al momento del live che ho preferito: quello più intimo, quello più delicato. Una carezza leggera sul viso con le lacrime che sciolgono il trucco. Ed eccola lì “buonanotte“, tutti conosciamo il significato e per questo l’atmosfera è surreale. Il silenzio – l’ossimoro più grande ad un concerto – diventa il protagonista insieme alla voce di Ernia. Nessuno osa riempirlo davvero. E in quel vuoto condiviso, le mancanze diventano improvvisamente più vicine, più nitide, quasi fisiche. È come se ognuno, per qualche minuto, fosse costretto a fare i conti con la propria.

Il live continua con “Berlino”, “Per Te”, “Superclassico“. Attorno a me si percepisce l’amore, si respira, ti entra nelle ossa e siamo tutti racchiusi in una bolla di serenità che speriamo non ci abbandoni non appena varcheremo le porte di uscita del Palazzetto. E poi, quasi senza accorgertene, il live si avvia verso la sua conclusione.

E poi arriva “Grato”, e tutto cambia ancora una volta.

Dopo il peso emotivo di quello che è stato “Buonanotte”, sembra quasi impossibile trovare un’altra direzione. E invece il live si apre a qualcosa di diverso: meno dolore, più consapevolezza. Non è una chiusura che urla, ma una chiusura che ti parla piano, come se volesse accompagnarti fuori senza strappi.

Sul palco, le parole diventano un flusso che non ha bisogno di effetti. Raccontano il confronto, l’invidia, lo sguardo sugli altri e su quello che sembra sempre mancare. Poi però ribaltano tutto, piano piano, fino a cambiare prospettiva: quello che hai, quello che davi per scontato, le persone accanto a te, i genitori che invecchiano, le cose che non hai mai davvero visto finché non hai imparato a guardarle. E in mezzo a tutto questo, una frase ritorna come un ritmo costante, quasi un mantra che si incastra dentro tutto il resto: “sii grato”.

Non è un concetto semplice, non è una morale. È una presa di coscienza che arriva nel punto esatto in cui pensi di aver già capito tutto. Perché mentre ti confronti con ciò che non hai, realizzi lentamente quanto spesso dimentichi ciò che invece hai sempre avuto. E quando l’ultima volta risuona “sii grato”, non sembra la fine di una canzone. Sembra un promemoria che si porta via il concerto con sé. E forse anche un po’ di te.