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Dentro l’Agonia di Chiello, un concerto da rivivere ancora e ancora

Come descriveresti l’Agonia? Per me è sicuramente quel momento tra un concerto e l’altro di Chiello. Si perchè una volta che lo vedi per la prima volta live poi non ne puoi fare più a meno. Come una droga – una di quelle buone -per capirci. Quelle che curano e riparano il cuore. Ed è così che ho vissuto questo concerto, come una rinascita. La stessa che –sono certa – ha vissuto anche Rocco.

Non so mai come iniziare a raccontare un concerto a cui tengo. Quindi partiamo dall’inizio: un Atlantico sold out, così pieno da diventare incandescente ancor prima che la musica di Chiello cominciasse a recheggiare, far ballare e cantare a squarciagola. Poco tempo e le luci si spengono, il coro si alza così come le tante torce dei telefoni che cercano di catturare ogni singolo istante per guardare tutto il giorno dopo. E ammetto di averlo fatto anche io in passato, stavolta no. Stavolta ,dopo aver scattato sotto palco i primi tre pezzi (rischiando più volte di essere presa in pieno da un Rocco felice, entusiasta di essere a Roma, quasi libero da tutto quello che lo bloccava lo scorso anno oppure da aste di microfoni che non ne volevano proprio sapere di stare ferme), ho messo il telefono apposta e ho ballato, cantato, strillato.

Il concerto parte con il botto, Vulcano è la canzone che apre un live che profuma di conferme. Di un viaggio in van diretto a Sanremo con la consapevolezza che nulla può cambiare quello che ha dentro. Quell’universo incredibile di empatia, sensibilità e dolore che ha dentro. E forse è proprio questo che si sente, più di tutto: la verità. Non c’è filtro, non c’è distanza. Rocco sul palco non interpreta, non costruisce, non recita. Si espone, ci lascia pezzi della sua anima, dei suoi sbagli, dei suoi ricordi, del suo essere – a tratti – dannato. E quando qualcuno si espone così tanto, il pubblico non può fare altro che rispondere allo stesso modo. Il concerto va avanti in un vortice di up e down, “Salvami da me stesso”, “Ruggine” che mi canta così vicino da sentirne il respiro.

Le canzoni scorrono come capitoli di un diario aperto. Ogni parola arriva addosso senza chiedere permesso, ogni ritornello diventa un abbraccio collettivo. E intorno è caos e verità insieme: lacrime che si mescolano ai sorrisi, ragazzi stretti tra loro come se si conoscessero da sempre, magliette sudate, mani alzate, telefoni dimenticati dopo i primi secondi. C’è chi si perde nei propri occhi chiusi e chi invece si aggrappa a quelli degli altri per non cadere. È la vita, quella senza filtri: fatta di eccessi piccoli e sinceri, di abbracci rubati nel buio, di voci che si spezzano mentre cantano più forte del possibile. E dentro questo caos bellissimo, Chiello ci trascina nel suo mondo.

C’è chi piange, chi chiude gli occhi, chi canta guardando il soffitto come se stesse cercando qualcosa o qualcuno da qualche parte, magari dentro di sé. Non c’è silenzio all’Atlantico, c’è voglia di godere forte, di saltare, pogare e divertirsi cantando anche del dolore. Perchè senza quello non ci sarebbe il bello, non ci sarebbe la felicità. Perchè la vita è un vortice, devi solo imparare a trattenere il respiro al momento giusto.

Chiello parla poco, ma quando lo fa si sente che pesa ogni parola. Ringrazia, sorride, si muove nervosamente, si lascia attraversare dall’energia della sala. È un equilibrio strano il suo: fragile e potentissimo allo stesso tempo. E Roma lo capisce. Roma lo accoglie senza riserve, lo protegge quasi. Lui sta lì, dentro le sue canzoni, e tanto basta. Ogni tanto sorride, accenna qualcosa al pubblico, ma è la musica che fa tutto il resto. Una squadra di musicisti veri, di quelli che continuano a sentire le note sotto la pelle, che accompagnano Chiello senza sovrastarlo, ma senza lasciarlo solo. Non c’è distanza, non c’è costruzione: solo lui, le sue parole e una sala che le restituisce indietro ancora più forti. Roma lo segue, lo accompagna, quasi lo tiene su nei momenti in cui tutto sembra farsi più intenso.

E quando riparte l’energia, quando i bassi tornano a farti vibrare lo stomaco, è come se ti avesse rimesso insieme pezzo per pezzo solo per poi lasciarti andare di nuovo. Una montagna russa emotiva che non stanca mai, che anzi ti fa desiderare che non finisca. Perché la verità è che non sei pronto a tornare alla realtà. Non dopo aver vissuto qualcosa del genere. Non dopo aver visto qualcuno essere così autentico davanti a migliaia di persone.

“Quanto ti vorrei” arriva e non c’è più spazio per la contemplazione. È il momento in cui tutto si ribalta: si poga, si salta, si urla. L’Atlantico diventa un’unica massa in movimento, compressa e liberata insieme, come se per qualche minuto non esistesse altro. È una canzone cazzuta, diretta, che non chiede permesso ma prende tutto lo spazio possibile. Una di quelle canzoni che non vedi l’ora di ascoltare live, ma che sai chiama la fine. È lì che esplode l’ultima scarica del concerto, quella che non lascia margine al respiro ma solo al corpo. E Chiello lo sa: non abbassa mai il livello, lo tiene alto fino all’ultimo secondo, come se volesse spremere ogni energia rimasta nella sala.

E proprio in mezzo a questa esplosione arriva anche la scelta che spiazza: la mancata “Ti penso sempre”. Una presenza fantasma, attesa da molti, che però non entra in scaletta. Ed è qui che si capisce ancora una volta la direzione del live: nessuna concessione facile, nessuna risposta dovuta. Solo scelte nette, anche contro l’aspettativa, anche contro la “logica” del pubblico. Chiello fa quello che vuole, e lo fa fino alla fine.

E allora ora lo capite che intendevo all’inizio? L’agonia non è dolore.
È attesa. È quel vuoto strano che arriva quando tutto finisce, quando le luci si riaccendono e tu resti lì, fermo, con la sensazione di aver lasciato qualcosa dentro quelle mura. E mentre esci dall’Atlantico, con la voce rotta e il cuore pieno, lo sai già: non è stato abbastanza. Non lo sarà mai. E forse rileggendo stai comprando i biglietti per le altre date, nel caso.. ti capirei!