Vulnerabilità, autoironia e radici: sono queste le parole chiave che attraversano Chicco, il nuovo album di Cordio, uscito lo scorso venerdì. Un lavoro intimo e al tempo stesso luminoso, che prende il titolo da un soprannome dell’infanzia trasformato da fonte di imbarazzo a simbolo di rinascita. Tra registrazioni casalinghe, Sicilia vissuta e non cartolinesca, e un approccio musicale che sceglie la delicatezza come gesto politico, Cordio racconta un disco che mette al centro l’umanità, con tutte le sue fragilità.
Il titolo dell’album, Chicco, nasce da un soprannome dell’infanzia che a lungo ti ha messo in imbarazzo. Quando hai capito che era arrivato il momento di trasformare quella vergogna in forza e autoironia?
Quest’anno ho compiuto trent’anni e con loro è arrivata una nuova consapevolezza: se continuiamo a nascondere ciò che ci mette in difficoltà per mostrare solo la parte più “forte”, rischiamo di diventare persone rabbiose. Ho capito che mettere in mostra la vulnerabilità, anche con un po’ di ironia, mi aiuta a stare meglio.
Hai detto che “la delicatezza in questo disco è una scelta politica”. In che modo credi che la vulnerabilità possa diventare un atto rivoluzionario oggi?
Viviamo in un mondo, e soprattutto in un web, in cui domina un linguaggio molto violento. Io credo che le persone possano essere anche molto empatiche: bisogna solo cominciare a rivelarci nella nostra complessità e umanità. Quando ci si mostra per quello che si è, di solito non si riceve violenza ma empatia e compassione. Per me la delicatezza è anche un modo di contrastare la rabbia e l’odio che ci circondano.
La Sicilia è lo sfondo ricorrente delle tue canzoni, ma lontana dalle cartoline. Che Sicilia emerge in Chicco e che rapporto personale hai voluto restituire attraverso queste otto tracce?
La uso come scenografia, come ambientazione evocativa: nomino Catania, Palermo, il mare, in passato anche Filicudi. Non è la Sicilia delle vacanze, ma quella di chi ci vive ogni giorno, con le sue contraddizioni. Mi piace riportare il mio discorso in quella dimensione, perché è un luogo di vita e non solo di immaginario turistico.
L’album è stato registrato in spazi intimi, tra studio e camera da letto. Quanto ha influito questo contesto domestico sulla scrittura e sugli arrangiamenti eterei che lo caratterizzano?
La scrittura per me è sempre avvenuta in spazi raccolti, ma registrare le voci in camera da letto ha fatto la differenza. Si sente che canto più piano, che l’ambiente non è insonorizzato: questo ha dato alle canzoni un’intimità particolare, una vicinanza che in studio è difficile ritrovare. Non è un disco “più personale” dei precedenti, ma mette in mostra zone più vulnerabili, quelle che di solito tendiamo a nascondere.
C’è un brano a cui ti senti più legato, magari perché è stato il più difficile da scrivere o quello che ha segnato un passaggio importante per te?
Sì, l’ultima canzone del disco. È dedicata al rapporto con i fratelli: per quanto ci si voglia bene, spesso non è facile dirsi certe cose. Quella canzone è stata un passaggio importante nella mia personale “messa a nudo”.
Il 1° ottobre presenterai l’album al Biko di Milano con una band di sei elementi. Come immagini la dimensione live di Chicco e cosa vuoi trasmettere al pubblico in quella serata?
Il live per me è prima di tutto musica. Sarà un concerto ricco di suono, con bravi musicisti, e povero di scenografie o effetti speciali. Non vogliamo riprodurre il disco, ma arricchirlo, renderlo vivo. Spero che al pubblico arrivi proprio questo: il piacere di stare insieme attraverso la musica.
Con Chicco, Cordio firma il suo lavoro più leggero e insieme più disarmante, un invito ad abbracciare ciò che spesso tendiamo a nascondere. La presentazione live partirà il 1° ottobre dal Biko di Milano, prima di toccare altre città, tra cui Roma il 15 novembre. Un tour che, come il disco, promette di restituire al pubblico l’essenza più autentica dell’artista: musica sincera, senza sovrastrutture, capace di parlare al cuore.

