Ci siamo. Depongo le armi, mi siedo e vi racconto qualcosa che è durato mesi. Ebbene sì: Amor Fati, il primo EP dei Donkeys, è finalmente fuori. Per la prima volta ho avuto l’onore di essere parte — anche solo nel mio piccolo — di qualcosa di così grande e prezioso che difficilmente può essere compreso da chi questo lavoro non lo vive, non lo respira.
Lavorare nella musica è un privilegio. Ascoltare i pensieri, le idee, le ambizioni di una band e costruirci sopra una strada, un immaginario visivo e comunicativo, è un esercizio di equilibrio tra intuito e fiducia. Non è facile, ma è ciò che rende questo mestiere unico. In un mondo in cui tutto sembra già scritto, è bello sentirsi liberi di poter cambiare pelle ogni volta. Per questo ci tengo a ringraziare, pubblicamente, queste quattro menti brillanti con il quale lavorare è stato un vero piacere. Adesso però, si fa sul serio.
Amor Fati, l’anima del progetto
Con Amor Fati, i Donkeys firmano il loro ingresso ufficiale nella scena pop-punk italiana con un debutto che vibra di autenticità, rabbia e voglia di riscatto. Già dal titolo è tutto molto chiaro, dopotutto stiamo parlando di acccettare il nostro destino, un vero e proprio amore per questo destino che ancora oggi non conosciamo. E’ qui che si racchiude già tutta l’essenza del progetto: accogliere la vita per ciò che è, con tutte le sue contraddizioni, e trasformarla in forza creativa.
L’EP è un viaggio in sei tracce che parlano di accettazione, scontri interiori e crescita personale. Dentro ci sono notti insonni, relazioni che si spezzano, la fatica di restare fedeli a sé stessi in un mondo che spinge all’omologazione. Ci sono i campiri gin bevuti con gli amici di sempre, le ore passate a provare per portare avanti sogni difficili da far comprendere. Ma dietro la rabbia si nasconde, soprattutto, una voglia di rinascita che rende il disco immediato, viscerale e sincero.
Il suono dei Donkeys è una miscela di chitarre ruvide, ritmiche serrate e aperture melodiche che alleggeriscono la tensione. È un equilibrio sottile tra rabbia e tenerezza, tra impatto e introspezione. Un debutto che non cerca di piacere a tutti, ma di farsi riconoscere da chi vive le stesse emozioni.
Il release party
Il release party di Amor Fati non è stato un semplice concerto: è stato un rito collettivo.
Un locale top secret, il brusio di chi conosce ogni parola dei brani già usciti e quella voglia matta di scatenarsi sotto il cielo stellato di una notte romana, in cui ritrovare quella semplicità che fin troppo spesso manca.
Quando i Donkeys salgono sul palco, l’energia è immediata. Nessuna teatralità, solo quella tensione buona di chi sa che è solo l’inizio. Le prime note rompono il silenzio e, in pochi secondi, la distanza con il pubblico si annulla: si canta, si battono le mani, qualcuno riconosce i brani e li accompagna con naturalezza.
Tra un pezzo e l’altro non sono mancati momenti di assoluta ilarità, quelli delle feste vere, in cui ci sono invasioni di campo, abbracci, salti, risate. Ed è proprio questo il bello: quella naturalezza che, purtroppo, spesso si perde quando si esce dall’underground, quando i palchi diventano “troppo” grandi e la distanza si fa anche emotiva.
Il live scorre compatto e intenso: sei brani che diventano un racconto, una scarica di energia che lascia spazio anche a momenti più intimi. Il bis finale di “Sei un mito” di Max Pezzali, che ci regalano spesso, chiude la serata con leggerezza, tra applausi sinceri e la consapevolezza che qualcosa di importante è appena cominciato.
Se c’è una cosa che i ragazzi hanno è una chiarezza identitaria: sanno chi sono e cosa vogliono comunicare. Ogni canzone è un piccolo manifesto di accettazione e ribellione. Dal vivo, la loro energia è tangibile — senza filtri, senza artifici, solo urgenza e sincerità. C’è spazio di crescita, sicuramente, ma questa immediatezza, quasi istintiva, ci porta a volerne sempre di più. Ad ascoltare questi pezzi costruendoci sopra una personalissima visione delle cosee per poi trovare punti di incontri con le vite dei ragazzi.
Con Amor Fati, i Donkeys dimostrano che la rabbia può diventare un atto d’amore verso se stessi. È un disco che parla a chi cade e si rialza. A chi accetta le proprie cicatrici e decide di farne musica. Non un semplice esordio, ma un manifesto: amare il proprio destino, anche quando brucia.

