Con CODICE BINARIO_(01), alma firma un progetto che fa della contrapposizione la propria grammatica emotiva. Tra luce e ombra, introspezione e impulso, silenzio e rumore, l’artista torinese costruisce un racconto in cui gli opposti non si escludono, ma convivono e si completano. Un percorso che prende forma non solo nella musica, ma anche in un immaginario visivo curato nei dettagli, dove la città di Torino diventa parte integrante della narrazione. Abbiamo parlato con lui di vulnerabilità, identità artistica e della ricerca di un equilibrio possibile all’interno delle proprie contraddizioni.
“CODICE BINARIO_(01)” ruota intorno alla coesistenza di stati opposti: quanto è stato importante trasformare questo dualismo in qualcosa di visivo oltre che musicale?
La parte visiva, nonostante la musica resti sempre al centro, oggi è qualcosa che non può essere ignorato. Volente o nolente è una componente molto importante del modo in cui un progetto viene percepito e vissuto. Per questo è stato fondamentale provare a trasformare questo dualismo anche in qualcosa di visivo, e non solo musicale. Mi interessava convertire delle contrapposizioni sonore, emotive e caratteriali anche in immagini, atmosfere e contrasti estetici.
Inoltre penso che il visivo possa contribuire a potenziare il messaggio della musica e, in questo caso, anche la sensazione di contrapposizione che attraversa l’EP. Per me l’immaginario visivo serve a costruire la cornice e il contorno del vero fulcro, che resta comunque la musica. Quindi il mostrare lati differenti di me stesso, visivamente, per me è importante tanto quanto farlo nei brani.
Nel docu-video Torino sembra quasi diventare un personaggio del progetto: cosa rappresenta per te la città nella costruzione del tuo immaginario artistico?
Per me la città, in questo caso Torino perché è quella che vivo, è importantissima. Ha contribuito nel tempo a formare non solo la mia persona, ma anche il mio gusto estetico, le mie abitudini e quello che definirei il mio imprinting visivo. Per questo la città per me è quasi un personaggio. A volte assume una forma più fredda, distante, quasi cattiva, altre volte invece diventa qualcosa di più caldo, più positivo, più umano.
All’interno del mio immaginario artistico io la proietto continuamente, anche senza volerlo, perché è qualcosa che mi ha costruito e che ha forgiato il mio modo di vedere le cose. In questo senso Torino rappresenta per me un punto di partenza, sia per idee visive che molto spesso anche per idee più concettuali.
In “ho tracciato quel confine” affronti la sindrome dell’impostore applicata ai sentimenti: quando hai capito che la vulnerabilità poteva diventare anche una forma di protezione?
Di base per me la vulnerabilità non è una forma di protezione in sé, ma è qualcosa che può portarti a sviluppare una forma di protezione. Questo non vuol dire necessariamente che sia una cosa negativa, perché in alcuni casi può anche proteggerti da inconvenienti o da situazioni che potrebbero farti male in futuro. Io la vivo in modo abbastanza diretto, a volte senza pensarci troppo, quindi diventa semplicemente un tratto caratteriale. Altre volte invece, se mi ricollego alla narrazione di “Ho tracciato quel confine”, questa vulnerabilità diventa quasi un limite, qualcosa che mi porta a frenare il mio spirito e la mia voglia di buttarmi nelle situazioni.
“rumore” racconta il tentativo di allontanarsi dal caos interiore senza riuscirci davvero: pensi che il silenzio oggi faccia più paura del rumore?
È una risposta complicata, perché da un lato io bramo il silenzio, la tranquillità, l’assenza di rumore, che per me può significare assenza di problemi o di situazioni spiacevoli. Dall’altro lato però, razionalmente, se penso davvero a una condizione di silenzio totale, mi rendo conto che emergerebbero comunque delle cose che forse è più facile continuare a non affrontare.
Quindi finisco per idealizzare questo silenzio, anche se so che è qualcosa di impossibile da raggiungere. E sì, credo che quando ci si ragiona davvero, il silenzio faccia totalmente più paura del rumore, soprattutto quando si smette di idealizzarlo e lo si immagina per quello che è davvero.
Con Simone Ciccorelli avete costruito un’estetica molto cinematografica e notturna: quanto dialogano tra loro musica e immagini nel tuo modo di raccontarti?
Come dicevo in precedenza, il lavoro fatto con Simone Ciccorelli, di cui sono molto soddisfatto, rappresenta per me un nodo fondamentale, un legame che completa il quadro della musica. Nel mio modo di raccontarmi, infatti, c’è e ci sarà sempre una componente visiva che dialoga con quella musicale. Per me le immagini non sono un elemento accessorio, ma qualcosa che può solo aiutarmi a trasmettere in modo più completo sentimenti ed emozioni.
Nell’EP convivono introspezione e dimensione club, corpo e pensiero: è un equilibrio che vivi anche nella tua quotidianità o nasce soprattutto in studio?
Questa contrapposizione, e di conseguenza anche l’equilibrio, sono sicuramente qualcosa che nasce fuori dallo studio, proprio nel mio modo di essere e in quello che vivo quotidianamente. Nella vita di tutti i giorni gli elementi in gioco sono diversi rispetto allo studio, perché anche gli “antagonisti” cambiano: non si tratta semplicemente di scegliere tra movimento e introspezione, ma di fare scelte continue, a volte ascoltare un lato, a volte un altro, a volte essere più estroversi e altre più chiusi.
Sono dinamiche che si presentano costantemente e che poi, in forme diverse, la musica mi ha aiutato a restituire: sentimenti opposti che però possono appartenere allo stesso sistema. In questo senso penso che i modi di essere, e ci metto dentro anche quelli che mi appartengono, non siano mai né bianchi né neri, ma vivano spesso in zone intermedie, dove le contrapposizioni coesistono, si alternano e trovano un equilibrio.
Hai definito questo progetto come una trasformazione dell’inadeguatezza in una dichiarazione di presenza artistica: cosa significa oggi, per alma, sentirsi davvero presente?
Oggi, per me, sentirsi davvero presente significa saper accettare, vedere, osservare e conoscere se stessi nei vari aspetti della propria persona, senza la necessità di volerli cambiare o di diventare qualcosa che non si è. Questo non vuol dire smettere di imparare o di migliorarsi, né rinunciare a lavorare sui lati più complessi del proprio carattere. Significa piuttosto osservarsi con lucidità, conoscersi e restare presenti a se stessi, sviluppando una forma di consapevolezza quasi anticipatoria di come si reagirà e di cosa si proverà di fronte a determinate situazioni, momenti o sensazioni della vita quotidiana.
Tra riflessioni intime e visioni notturne, CODICE BINARIO_(01) si rivela molto più di un semplice EP: è il tentativo di dare una forma concreta a quelle sfumature che abitano ogni percorso umano. alma trasforma dubbi, fragilità e contrasti in un linguaggio personale che trova nella musica il suo centro e nell’immaginario visivo il suo naturale prolungamento. Un progetto che non cerca risposte definitive, ma invita ad abitare le zone intermedie, quelle in cui gli opposti smettono di essere inconciliabili e diventano parte della stessa storia.

