Dopo l’esperienza di X Factor, PierC si è preso il tempo necessario per capire quale direzione dare alla propria musica. Otto mesi di scrittura, ricerca e crescita che oggi trovano un primo punto fermo in “Sul filo”, un brano che racconta proprio quella condizione di equilibrio precario tra aspettative, pressione, desiderio e necessità di rimanere fedeli a se stessi.
Partiamo da X Factor. L’anno scorso sei arrivato al programma senza un’etichetta, senza un manager, semplicemente con tua zia e tua sorella. Cosa ti porti dietro da quell’esperienza?
È stato un momento iper, iper magico. Sono arrivato all’audizione senza nessuna etichetta, nessun manager, nulla: ero semplicemente io. È stato tutto molto magico, ho scoperto tantissime cose. Ero come un bambino al parco giochi: il palco, gli effetti speciali, le canzoni, tutto era fantastico.
Quello che però rimane, dopo un periodo che ricordo con nostalgia e stupore, sono soprattutto le persone. Gabbani in primis, che oggi fa parte anche del mio team, ma anche gli amici, i compagni e i colleghi del programma.
In quei momenti, magari carichi di tensione, in cui devi cercare di gestire tante pressioni e aspettative, si creano rapporti molto veri. È stato un percorso difficile, ma proprio le difficoltà hanno reso ancora più autentici alcuni legami.
E proprio Gabbani è rimasto una figura importante nel tuo percorso. Cosa rimane del vostro rapporto?
Ho avuto l’onore di aprire tutti i suoi concerti nei palazzetti. Poi è venuto alla Santeria e ha fatto una sorpresa gigante. È un palco piccolo, quindi significa davvero che mi vuole bene.
In questi mesi ci siamo visti, ha ascoltato le mie canzoni e mi ha dato tanti consigli. La cosa bella è che si vede che mi stima sia umanamente che artisticamente. È molto schietto: se una cosa non funziona me lo dice tranquillamente. Per esempio, sul filo era molto contento e avere anche la sua approvazione per me è stato importante. Sono molto fortunato ad averlo come mentore e come amico.
“Sul filo” parla di passione, dovere e aspettative. Come vivi le aspettative, soprattutto considerando quanto possono diventare pesanti per la nostra generazione?
Probabilmente, se sono “Sul filo”, è perché sono sempre in bilico tra il considerare le aspettative e il dovere come qualcosa che ti lega molto e la necessità di scollegarti da tutto questo. Se non riesci a farlo rischi di sbilanciarti e cadere. La chiave, secondo me, è imparare a ballare sul filo.
È una cosa leggera, per carità, ma forse ho capito che nel mio caso non c’è alternativa. Sono sempre stato così, anche nella vita normale, ancora prima di X Factor. Devo imparare a starci. Comporta fatica, grande sforzo psicologico e fisico, però sul filo non sono mai stato così bene.
Quindi la pressione non è necessariamente un nemico?
No, anzi. La pressione e l’aspettativa possono essere positive finché diventano un motore per fare meglio. Non sono immune da tutto questo. Bisogna riuscire a trasformare le aspettative, il dovere e le pressioni in un motore per migliorare ogni giorno. Ma non rispetto ai numeri o ai valori che gli altri si aspettano da noi: rispetto a noi stessi.
Bisogna guardarsi con onestà e fare un bilancio. Io all’università ho fatto anche finanza, quindi sono bravissimo a fare bilanci! Ma il punto è chiedersi: “Sono contento di quello che ho fatto? Ho fatto un passo avanti rispetto a ieri?”. Se la risposta è sì, quello è già un successo.
Musicalmente “Sul filo” mescola generi e influenze diverse, con un richiamo anche alle sonorità anni Settanta e Ottanta. Come è nato il brano?
La scrittura della canzone è nata in un paio di giorni, ma inizialmente era molto diversa da come la sentiamo oggi. È bello vedere le canzoni crescere, fare esperimenti, capire cosa funziona e cosa no e, magari, alla fine tornare all’idea originale perché era quella più corretta. “Sul filo” ha avuto una bella evoluzione e la forma quasi definitiva è arrivata quando abbiamo coinvolto i musicisti in studio e l’abbiamo fatta suonare dal vivo.
Per me è stato molto importante far entrare professionisti e amici nel processo creativo. Il groove anni Settanta e Ottanta della parte centrale del ritornello è nato proprio da Alessio, il batterista, che ha provato a inserire il Charleston e un pattern di batteria di quel periodo. Abbiamo sentito che funzionava e da lì è nato tutto.
È anche molto nella mia natura essere eclettico, mescolare cose, prendere spunti e ispirazioni e reinterpretarli. Alla fine le cose nuove nascono anche così.
Quanto è stato difficile portare questo tipo di groove nella lingua italiana?
Molto. L’italiano è una lingua difficile per dare groove e ritmicità alle parole. Anche nel canto c’è stato tutto uno studio che poi ho dovuto quasi dimenticare per raggiungere quella naturalezza nella delivery vocale. È stato un bel viaggio.
Dopo X Factor ti sei preso diversi mesi prima di tornare con un nuovo progetto. Ti senti una persona e un artista diverso rispetto a quando sei entrato nel programma?
Come persona ho sicuramente imparato, come si impara da un’esperienza lavorativa o universitaria. Non è stata un’esperienza di vita. Mi ritengo molto fortunato ad aver partecipato a quello che considero quasi un esperimento sociale: dodici persone di età simile, con la stessa passione, messe insieme con l’obiettivo di costruire qualcosa.
È stato bello vivere tutto questo in una cornice di amicizia e scoperta continua.
E artisticamente, invece, cosa è cambiato?
Sicuramente sono cresciuto. Più che dal punto di vista della performance vocale o dello strumento, mi sento cresciuto soprattutto in termini di maturità artistica.
Per fortuna ho intorno persone con cui mi piace parlare e che sono prima di tutto amici. Riuscire ad avere discussioni profonde con loro, mettermi a nudo e costruire insieme un percorso è molto arricchente. Mi permette di essere più consapevole e anche di pubblicare un pezzo a otto mesi dalla fine di X Factor.
“Sui filo” non è l’unica canzone che ho scritto in questi mesi, ma abbiamo deciso che fosse la prima perché è incisiva e mi dà una direzione.
Quindi “Sul filo” è una fotografia di PierC oggi, ma non necessariamente di quello che sarà domani?
Esatto. Oggi, ottobre 2026, questo sono io. Ma magari tra un mese non significa che tutto il mio album o il mio EP sarà disco music anni Settanta. Io sono PierC e faccio quello che sento di fare, cercando di portarlo al massimo delle mie possibilità.
Do sempre tutto quello che ho. Ci saranno canzoni diverse, ma secondo me, se uno le ascolta, sentirà il grande filo conduttore che c’è dietro: le tematiche, il processo e poi PierC che le canta, le suona e partecipa a tutto. Oggi sono sicuramente più consapevole. E il fatto di essere uscito dopo otto mesi con una nuova consapevolezza mi fa bene.
Quanto spazio hanno le critiche in questo nuovo percorso?
Le critiche ci saranno sempre, fanno parte del lavoro. Se sei convinto di quello che hai fatto, se lo hai fatto al massimo, senza compromessi e rimanendo integro con te stesso, allora sei anche pronto a riceverle.
Io ho un rapporto quasi sacro con la musica. Ho dato tutto per fare questo lavoro e quello che faccio deve essere davvero importante per me. Per questo sono pronto ad accettare le critiche senza rancore. Sono convinto e contento di quello che sto facendo e di quello che ho fatto.
Il live è una parte fondamentale del tuo progetto. Che rapporto hai con il palco e con il pubblico?
I live sono sempre stati un momento centrale del mio progetto. Quando sento l’energia del pubblico sono completamente immerso. Forse è l’unico momento in cui riesco davvero a godermi il carpe diem, a vivere pienamente l’istante.
Abbiamo preparato questi live per un mese, soprattutto dal punto di vista concettuale. Dopo tanta attesa era importante costruire qualcosa che avesse un senso, anche considerando che non ho ancora un repertorio di un’ora e mezza di soli brani miei. Ci sono “Sul filo”, “New Spark”, altri brani inediti e anche delle cover. Ma le cover devono essere rese mie, curate, pensate: non voglio che siano semplici riempitivi. Mi occupo molto anche della parte artistica e della ricerca che c’è dietro.
E cosa significa, per te, condividere finalmente tutto questo con il pubblico?
È bellissimo quando tutto si unisce e si sale sul palco, perché ti ritrovi travolto da un’ondata di affetto da parte di persone che aspettano da otto mesi di incontrarti, vederti, cantare con te e passare un’ora e mezza insieme. Ci sono momenti di musica, spensieratezza, energia, introspezione. Tanti momenti diversi, ma soprattutto la possibilità di viverli insieme al mio pubblico, alle persone che mi vogliono bene.
E a Roma ci sarà qualche sorpresa?
Chi lo sa? Se ci sarà..lasciamo questo mistero.
Forse il punto non è smettere di essere sul filo, ma imparare a starci. A volte significa cadere, altre volte ritrovare l’equilibrio e continuare a camminare. Per PierC, oggi, significa soprattutto non avere paura di cambiare, sperimentare e lasciarsi sorprendere dalla propria musica.
Sul filo è soltanto l’inizio di un percorso che sembra avere ancora molte direzioni possibili. E mentre il palco torna a diventare il luogo in cui tutto prende forma, PierC sceglie di non dare troppe risposte sul futuro. Perché, in fondo, parte del bello è proprio vedere dove porterà il prossimo passo.

