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Voci, emozioni e nostalgia. Così i Modà hanno conquistato Roma

I Modà sono tornati a casa. Si, l’avevo già detto tempo fa con il grande concerto evento a San Siro, ma stavolta lo sento più nelle ossa. Stavolta sono tornati nella mia, di casa. Ebbene si, il grande ritorno della band della mia adolescenza al Palazzo dello Sport di Roma è finalmente avvenuto. Sinceramente? Non poteva essere più bello.

Non saprei come descrivere quella sensazione alla bocca dello stomaco, perchè la verità è che a volte è complicato dare un’identità definita alle emozioni che mi sconvolgono e travolgono. Quello che posso dire, però, è che la “Notte dei romantici” di Roma non la dimenticherò mai, ma procediamo con ordine. Potranno passare giorni, mesi, anni, ma quelle canzoni – le stesse che mi hanno vista crescere e cambiare – sono attaccate alla mia pelle, alle mie ossa, come una sanguisuga che porta via i ricordi brutti, ma lascia quelli belli.

Non è la prima volta che entro al Palazzo dello Sport sotto una nuova veste. Che sia quella di fotografa, videomaker, giornalista non importa. Sta di fatto che è da un po’ che entro lì con la consapevolezza di dover “portare a casa” contenuti ed emozioni da raccontare, qui, per tutti voi. Invece, stavolta è stato diverso perchè io questo concerto l’ho sognato. E quindi eccomi qui.

Con la consapevolezza del peso che porto dietro e con la certezza di voler regalare – in primis a me stessa – un lavoro intenso, vero e potente. Pochi minuti, accendo la macchinetta fotografica e sbang, il buio. Vi siete mai chiesti cosa significa scattare foto professionali agli idoli della tua adolescenza? Beh è un’emozione immensa, fidatevi. Ma ora, togliendo la mia emotività, voglio raccontarvi questo concerto che profuma sempre di vita, di amore e di “Gioia“.

I Modà salgono sul palco con quella stessa grinta di quando avevo 13 anni. Mi guardo attorno e forse siamo le stesse di quegli anni e il nastro si riavvolge, loro sembrano immutati nel tempo, pronti a farci cantare, ballare e sudare. L’aria sa di attesa, di storie incrociate, di vite che si sono fermate e poi riprese al ritmo di una canzone dei Modà.

Quando le luci si abbassano, il boato è immediato: Vivo da re apre il concerto con una forza che travolge tutto. Sul palco, Kekko Silvestre entra con passo deciso, lo sguardo pieno e la voce che non ha perso un grammo di verità. Al suo fianco Enrico Zapparoli e Diego Arrigoni danno corpo a una band compatta, affiatata, sincera. La Roma dei romantici canta a squarciagola e in quel canto si mescolano adolescenze, amori, ferite e nuove speranze.

Ogni brano è un piccolo viaggio. Sono già solo spinge il pubblico in piedi e dagli spalti partono i primi cori, Tappeto di fragole fa esplodere il palazzetto in un’infinita valle di luci. La voce di Kekko è calda, potente, ma soprattutto autentica: la senti vibrare sotto pelle, come se ogni parola venisse da un luogo profondo e reale.

Il tempo non esiste durante un concerto dei Modà. Ogni brano riapre un frammento di vita, un pezzo di noi. Come un pittore, Arriverà scorrono come pagine di un diario che abbiamo scritto insieme a loro, anno dopo anno. Tra una canzone e l’altra, Kekko parla, racconta, ringrazia. Si ferma, sorride, scherza con il pubblico. Quando le luci si spengono e la band saluta, resta una sensazione di sospensione, di mancanza dolce. Ci guardiamo intorno, ancora storditi. Ci siamo di nuovo, tutti insieme, dopo anni, dopo storie, dopo vite.

Uscendo dal palasport, con la voce roca e le mani ancora tremanti, capisco una cosa: non era solo un concerto. Era un ritorno. Un abbraccio. Una dichiarazione d’amore alla musica e a quella parte di noi che continua a credere, nonostante tutto in un amore folle, vero, romantico. Perché i Modà non suonano semplicemente. I Modà raccontano. E in quelle storie ci siamo noi, con i nostri errori, le nostre paure, le nostre rinascite. Sono davvero tornati a casa. E in qualche modo, grazie a loro, ci siamo tornati anche noi.

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