Il 22 settembre non è una data qualunque. O meglio, lo sarebbe, se da ormai dieci anni non ascoltassi la musica di Ultimo. E quindi il discorso cambia. Dieci anni sono tanti e, quando un artista ti accompagna per così tanto tempo, alcune canzoni smettono semplicemente di essere canzoni. Diventano momenti, persone, periodi della tua vita. Le riascolti dopo anni e, anche se nel frattempo è cambiato tutto, per qualche minuto sei di nuovo lì.
È anche per questo che guardare oggi TUTTO, il film live del grande concerto di Tor Vergata, non significa soltanto rivedere uno spettacolo: significa tornare dentro qualcosa che, per migliaia di persone, ha avuto un significato molto più personale.
E forse la cosa che mi ha colpita di più sono proprio loro, le persone. Il film riesce a spostare continuamente lo sguardo dal palco al pubblico e, improvvisamente, Ultimo non è più l’unico protagonista. Anzi, i veri protagonisti sono proprio loro, i fan. Ci sono quelli che cantano ogni parola, quelli che saltano, quelli che sorridono già prima che inizi una canzone, gli amici che si abbracciano, le coppie che si stringono, genitori e figli che condividono quelle stesse parole. E poi ci sono le lacrime. Tantissime.
Protagoniste indiscusse di queste quasi tre ore di concerto, intervallate solo, nelle parti strumentali, dai ricordi degli anni, dei mesi e dei giorni di organizzazione fino al grande giorno. Le lacrime arrivano nei momenti più diversi: qualcuno si commuove subito, qualcun altro resiste fino alla canzone che aspettava da tutta la sera. C’è chi piange continuando a cantare, chi si copre il volto, chi si asciuga velocemente gli occhi e torna a guardare il palco.
E guardando quelle persone viene spontaneo chiedersi cosa ci sia dietro ogni lacrima. Quale storia, quale ricordo, quale persona. Il film non può raccontarcelo, ma non serve. Basta un volto per capire che quella canzone, per qualcuno, sta dicendo qualcosa che forse a parole non riuscirebbe a dire.
Ed è proprio questo che mi piace del modo in cui è stato costruito il film. Non c’è soltanto la dimensione gigantesca del concerto, ma anche quella più intima. Prima di salire sul palco vediamo Ultimo nei momenti che precedono l’evento, quando ancora non è quello che conosciamo sotto le luci. Ci sono la preparazione, l’attesa, quei minuti più silenziosi e personali prima di trovarsi davanti a una folla immensa.
Sono immagini che fanno quasi da contrappunto a quello che succederà subito dopo, perché pochi istanti più tardi tutto esplode. Le luci si accendono, il pubblico urla e parte la musica. E da quel momento succede una cosa che, guardandola da fuori, continua a fare impressione: Ultimo inizia una canzone e migliaia di persone la continuano insieme a lui. A volte sembra quasi che la sua voce sia soltanto il punto di partenza, perché poi sono le persone a prendersela, a farla propria, a restituirgliela.
E qui, inevitabilmente, entra la mia storia con lui. Perché io Ultimo l’ho visto crescere. L’ho visto quando ancora non riempiva stadi e arene, quando il suo nome non significava automaticamente decine o centinaia di migliaia di persone davanti a un palco. L’ho seguito dal giorno zero, quando tutto quello che oggi sembra enorme era ancora da costruire.
E forse è difficile spiegare cosa si prova quando guardi qualcuno che hai visto partire da così vicino e poi ti ritrovi davanti a un artista capace di portare la propria musica davanti a numeri che sembravano impensabili. Oggi parliamo di stadi, di arene, di concerti da centinaia di migliaia di persone.
Eppure, in mezzo a tutto questo, il 22 settembre succede una cosa che mi ha colpita più di qualsiasi numero: Ultimo decide di presentarsi al cinema. Non davanti a uno stadio, non sopra un palco, non separato dal suo pubblico dalle transenne e dalla distanza che inevitabilmente esiste quando sei diventato così grande. Si presenta lì, insieme alle persone che sono venute a vedere il film di quella sera speciale. Per viverla con loro.
E forse è proprio questo il dettaglio che mi emoziona di più. Perché dopo aver visto crescere un artista per dieci anni, dopo averlo visto passare da una dimensione quasi intima a quella gigantesca degli stadi, ritrovarlo in una sala cinematografica ha qualcosa di stranamente familiare.
Per una sera vengono meno le dimensioni. Non c’è il palco che lo separa dal pubblico, non ci sono migliaia di persone tra lui e chi è venuto per ascoltarlo. C’è una sala, ci sono i suoi fan e c’è lui. Senza quella distanza che ormai fa inevitabilmente parte della sua dimensione artistica.
Dopo dieci anni di ascolti, questa parte per me ha un peso ancora diverso. Ci sono canzoni che appartengono a momenti che oggi sembrano lontanissimi e altre che hanno semplicemente continuato a crescere insieme a me. Rivederle attraverso i volti di chi era a Tor Vergata mi ha fatto pensare a quanto sia strano il viaggio della musica: una canzone nasce da una persona, dalla sua storia, dalla sua sensibilità, poi esce e diventa di tutti.
Entra nelle cuffie di qualcuno mentre torna a casa, accompagna un amore, una fine, un momento felice o uno di quelli in cui non sai bene come stare. E anni dopo quella stessa canzone viene cantata da migliaia di persone contemporaneamente, ognuna con un motivo diverso per conoscerne ogni parola.
È forse questo il vero senso del film live di Tor Vergata. Non conservare soltanto un concerto, ma conservare ciò che quel concerto ha provocato nelle persone. Le mani alzate, le voci, gli abbracci, i sorrisi e soprattutto quelle lacrime che, anche viste attraverso uno schermo, riescono ad arrivare dritte dove devono.
Perché una canzone può essere cantata da migliaia di persone, ma il motivo per cui ognuna di loro la canta rimane soltanto suo. E forse, dopo dieci anni, è proprio questo che mi ha fatto effetto: ritrovare dentro quelle immagini non soltanto Ultimo, ma anche una parte del mio rapporto con la sua musica.
Vedere quanto è cresciuto e, allo stesso tempo, ritrovare quel ragazzo che ho iniziato ad ascoltare quando tutto questo ancora non esisteva. Il 22 settembre, in qualche modo, quelle due dimensioni si sono incontrate: l’artista capace oggi di riempire stadi e arene e il ragazzo che ho visto crescere, entrambi dentro una sala cinematografica, insieme al suo pubblico.
E forse è proprio per questo che quella data, per me, non poteva essere una data qualunque.

