Abbiamo intervistato Plant, artista che negli ultimi anni ha attraversato evoluzioni profonde sia a livello personale che musicale. Dopo il percorso con La Sad e un periodo di grandi cambiamenti, Plant si racconta in modo diretto e senza filtri, tra fragilità, rinascita e consapevolezza. Dall’estate più difficile della sua vita alla nascita di una nuova identità artistica, questa intervista è un viaggio dentro il suo mondo, dove il dolore diventa spesso il punto di partenza per ricostruirsi.
“Anche nella tempesta può sorgere la versione migliore di un BROKENBOY”: è una frase che sembra quasi un manifesto personale. Guardando al tuo percorso, tra momenti difficili e cambiamenti importanti, quando hai capito davvero che proprio dalle tue fragilità poteva nascere una nuova versione di te?
L’ho capito nell’estate del 2019, che è stata una delle estati più brutte della mia vita. L’estate in cui ho toccato il fondo. Ero stato sfrattato da Milano, dopo il mio primo anno lì, dalla Puglia. Vivevo in un quartiere tremendo e mi hanno sfrattato da un giorno all’altro. Poi ho avuto problemi discografici e in più è venuto a mancare anche mio nonno. L’ultima goccia che mi ha fatto capire in realtà che la mia vera forza era il mio dolore ed era l’unica cosa che avevo tra le mani, perchè non mi era rimasto nient’altro che quello. Ho cercato di trasformarlo in energia ed è diventato poi il mio mantra di vita.
Maldivita: Brokenboy arriva come deluxe del tuo primo album, ma sembra quasi un capitolo emotivo nuovo, come se fosse un post scriptum molto intimo. Cosa ti ha spinto a tornare su questo progetto e quali emozioni o pensieri sentivi di dover ancora condividere con chi ti ascolta?
Sì, non è una deluxe vera e propria, diciamo che è un progetto un po’ a sé stante che è stato inserito per vari motivi nell’album principale. Per me e per i miei produttori era molto importante far capire l’evoluzione e far capire che non erano scarti, ripescati giusto per vendere ancora due copie del disco, ma erano proprio brani studiati. Per fare questa deluxe ho dovuto scartare altri dieci brani. C’è stata una cura nel dettaglio, di tutto. A livello testuale ha semplicemente rispecchiato quella che è la mia vita adesso. Avevo bisogno di sfogarmi con la musica, perchè per me scrivere è come fare terapia. E’ stato un anno non bellissimo, quindi se non avessi scritto questa deluxe non so dove sarei finito.
Le tue radici partono da Altamura e poi c’è stato il trasferimento a Milano, due realtà molto diverse tra loro. In che modo questi due mondi – il sud con le sue ferite e la metropoli con il suo caos – hanno influenzato la tua scrittura e il tuo modo di vedere la musica?
Per me è molto importante venire da Altamura. Da piccolo non la capivo questa cosa, anzi, mi lamentavo tantissimo perchè avevo meno opportunità degli altri, non c’erano studi per registrare. Avendo iniziato nel 2015 a fare musica, quando avevo 15 anni, non è stato facile, mi sentivo maledetto ad essere lì. Poi ho capito con gli anni, che questa cosa mi rendeva unico. Mi dava un background sia culturale, ma anche proprio di sbattimento. Perchè io per raggiungere quello che gli altri raggiungevano con facilità, ho sempre dovuto metterci il triplo dell’energia, il triplo degli sbatti, delle forze.
Questa cosa ha generato una corazza dentro di me e diciamo che entrambi i due posti hanno cose sia positive che negative, ma entrambi mi hanno segnato molto a livello di sofferenza. Sono sofferenze diverse. Altamura – ai tempi – perchè adesso la cosa sta cambiando e sono molto contento, non c’erano molte possibilità e sono stato insultato, bullizzato, ghettizzato solo perchè avevo i capelli colorati e volevo fare musica. Era il 2015 ed era una cosa molto strana come cosa giù. Mentre qui a Milano mi sto rendendo conto che in realtà, tutte le persone che avevo vere attorno giù, qui non ci sono, qui io sono solo un numero, sono solo streaming. Quindi diciamo che è un pò un cane che si morde la coda.
Dopo anni di esperienza con La Sad, oggi il tuo percorso artistico è completamente solista. Che tipo di libertà creativa hai scoperto lavorando da solo e cosa senti di poter esprimere adesso che prima magari rimaneva in secondo piano?
Adesso semplicemente sta uscendo fuori la mia vera natura. I brani non rispecchiano più un momento storico o un collettivo, ma vanno a rivangare tutto quello che è successo fin’ora nella mia vita, motivo per il quale sta uscendo molto di più Francesco che Plant in questo momento.
Perchè avevo dentro di me queste cose da anni che per un motivo o per l’altro non erano ancora mai uscite. C’erano delle emozioni che sentivo di poter sprigionare soltanto da solo in quanto troppo troppo personali. Quindi diciamo che adesso è sicuramente più difficile. Un percorso più tortuoso pieno di dubbi e insicurezze, però dal punto di vista artistico sono molto molto contento perchè sto riuscendo a tirare fuori la mia vera essenza e non l’identità che mi sono cucito addosso per piacere agli altri.
Nei tuoi brani il dolore e la rinascita sembrano sempre convivere, quasi come se ogni caduta fosse anche l’inizio di qualcosa di nuovo. Scrivere queste canzoni è stato più un modo per liberarti da certe emozioni o per dare un significato diverso a quello che hai vissuto?
Scrivere queste canzoni mi ha salvato in un periodo veramente brutto in cui non stava più bastando la terapia e avevo perso qualsiasi tipo di fondamenta sotto i piedi. Pensavo di non essere più capace di scrivere un brano. Soprattutto scrivere un brano tutto da solo e pensavo che la mia musica la volessi ascoltare solo io. Quando sono tornato in studio però mi sono risentito utile. Mi sono sentito parte di un processo, parte di un movimento, parte di un’energia. Questo disco, in particolare la deluxe, mi hanno aiutato tanto. Probabilmente più della terapia stessa.
Quella con Plant è stata un’intervista intensa, sincera e profondamente umana. Un racconto che parte dalle cadute più dure e arriva alla volontà di trasformare tutto in musica e consapevolezza. Tra passato, radici e nuova libertà creativa, emerge il ritratto di un artista che oggi sta cercando soprattutto una cosa: la propria verità, senza maschere.

