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“Perdigiorno”: Plasma si racconta tra musica, Genova e verità senza maschere

Dopo il percorso ad Amici, Plasma sta vivendo un momento di grande trasformazione artistica e personale. Tra live sempre più partecipati, un pubblico che cresce ogni giorno e l’uscita del nuovo EP Perdigiorno, l’artista genovese continua a costruire un’identità precisa: autentica, emotiva e profondamente legata alle sue radici.

Lontano dalle maschere e dalle costruzioni social, Plasma mette al centro la scrittura, i sentimenti e il contatto diretto con le persone. Lo abbiamo incontrato per parlare dell’esperienza nella scuola più famosa d’Italia, del nuovo progetto discografico e del rapporto speciale con Genova, città che considera “la donna della sua vita”.

Togliamo subito il dente: il percorso ad Amici che cosa ti ha lasciato? E soprattutto, come ti senti diverso rispetto al ragazzo che è entrato nella scuola?

«Quando mi chiedono com’è andata quell’esperienza è come se mi chiedessero: “come sono stati gli ultimi sei mesi della tua vita?”. È successo davvero di tutto. Solo che lì è tutto amplificato, forse per dieci: vivi con venti ragazzi in una casa, ogni settimana prepari una cover per una competizione televisiva, fai lezione, cresci, impari. Io prima non avevo mai vissuto una scuola di musica in quel modo. È stato un percorso pieno di emozioni: momenti alti, momenti bassi, crescita, confusione, fame di fare. Però lo rifarei tutto dall’inizio alla fine. È stata una delle esperienze più intense della mia vita»

Siamo qui per parlare del tuo EP, Perdigiorno, che segna un nuovo capitolo. Dentro ci sono generi diversi che si mescolano insieme. Cosa ti ha spinto verso questo progetto?

«“Perdigiorno” nasce da canzoni molto recenti e altre scritte anche due anni fa. Per esempio “Il Colore” l’ho scritta due anni fa, mentre “Blu”, “Maledetto Io” e “Perdi Giorno” sono nate dentro il programma. Lì scrivevo tantissimo: preparavo tutte le cover e in più ho scritto circa sette inediti. È stata una vera scuola di scrittura. A un certo punto mi sono trovato con tantissime canzoni e mi sono accorto che alcune avevano un filo conduttore, sia sonoro che concettuale. Così ho deciso di raccoglierle in questo progetto.

È un disco molto personale. Le foto sono state scattate nel campetto sotto casa mia, quello dove andavo a scrivere da ragazzino. Le ha fatte il mio migliore amico, che segue il mio progetto da sempre. Nel cofanetto ci sono i testi originali scritti a mano da me, con tutte le correzioni e gli scarabocchi. Sembra quasi un diario.»

E infatti si sente tantissimo. Ascoltandolo sembra proprio che tu ti stia donando completamente al pubblico.

«È esattamente così. E sono contento che questa cosa arrivi.»

Anche dal vivo si percepisce un rapporto molto diretto con le persone. Non sembri voler indossare una maschera.

«No, non mi interessa. Ce ne sono già troppe. Non voglio contribuire a quella tendenza. Per me essere se stessi ripaga sempre. Io ascolto e vivo la musica in maniera molto viscerale. E penso che la gente questa cosa la senta.»

C’è una canzone che hai avuto paura di pubblicare?

«Sì, “Maledetto Io”. Non perché fosse difficile da scrivere, ma perché dentro ci sono davvero tante cose di me. È nata quasi per caso: stavo parlando con un mio amico e gli ho detto una frase che poi è diventata l’inizio del pezzo. Mi sono fermato, sono andato in un’altra stanza e in un’ora e mezza avevo scritto tutto. Quando l’ho fatta ascoltare ai miei amici ci siamo guardati e ci siamo detti: “Ok, qui ti stai mettendo davvero a nudo”. Però proprio per questo ho deciso di farla diventare l’intro dell’EP.»

Ora partiranno gli instore e il tour. Cosa ti aspetti da questa nuova fase?

«Già ora ricevo un affetto assurdo. E non parlo solo delle foto o degli autografi. Le persone vengono da me e mi dicono: “La tua musica mi ha aiutato in un momento difficile”. La cosa più bella è questa: sapere che qualcosa nato da un tuo momento complicato possa aiutare qualcun altro. Il live per me è fondamentale. Io scrivo da solo, al buio, con una lucina accesa e i testi scritti a mano. Poi però quelle parole tornano indietro attraverso le persone che le cantano sotto al palco. È una sensazione incredibile».

Genova è molto presente nel tuo immaginario. Quanto conta nel tuo progetto?

«Tantissimo. Genova per me è mamma. È la donna della mia vita. Mi ha dato tutto artisticamente. E penso che questa città abbia un linguaggio emotivo molto preciso. Lo senti nei cantautori, nel rap, nelle poesie. Da De André a Gino Paoli, fino ai rapper di oggi: c’è un filo rosso. E io mi sento parte di quella roba lì»

Con Perdigiorno, Plasma non firma soltanto un nuovo capitolo musicale, ma mette il primo vero mattone di un percorso costruito sulla sincerità. Tra testi scritti a mano, emozioni senza filtri e una forte identità artistica, il cantante genovese dimostra di avere le idee molto chiare su chi vuole essere. E se questo è soltanto l’inizio, la sensazione è che la “villetta”, come la definisce lui scherzando, possa davvero diventare qualcosa di molto più grande.