enrico nigiotti

Nigiotti e il tempo che scappa via: “Ogni volta che non so volare”

Quest’anno i pezzi di Sanremo che mi sono piaciuti si contano sulle dita. “Ogni volta che non so volare” di Enrico Nigiotti è senza dubbio tra questi.

Nigiotti, cantautore toscano classe ’87, torna sul palco dell’Ariston per la quarta volta, la terza tra i big. Porta un pezzo intimo, una riflessione notturna sullo scorrere del tempo che colpisce dritta alle corde del cuore.

Tardi

Che non è più solo notte

Ma è anche un po’ mattina

Tardi che non mi addormento

Chiudo gli occhi appena

È talmente tardi che oramai è quasi giorno, diventa difficile addormentarsi e forse nemmeno ne vale la pena. La stanchezza e il peso dei pensieri si fanno sentire e non fanno chiudere gli occhi.

Tardi che la dovrei smettere di parlare con il soffitto

Di cascare tra i ricordi per rimanerci dentro

Nella sicurezza del proprio letto, sdraiati a guardare il soffitto con il sonno che ormai non vuole sapere di arrivare, capita di perdersi nei ricordi senza riuscire ad uscirne. Si innesca quasi un circolo vizioso, in cui un ricordo tira l’altro e ti intrappola in questa spirale che il più delle volte fa male.

Il tempo vola, maledetto

Veloce come un pizzicotto

Ecco la prima volta che ho fatto l’amore avevo 15 anni

Sopra un vecchio materasso tenevamo chiusi gli occhi

Così dolce e preoccupato

Così sempre attento

Forse adesso che ho imparato non è più lo stesso

Il tempo fugge, scorre tra le dita senza poter essere fermato, e ti riporta a vecchi ricordi. Un dolce vecchio ricordo, come in questo caso, a cui si riguarda con tenerezza. Allo stesso tempo, Nigiotti si rende conto di quanto si presti attenzione alle cose fatte per la prima volta, e quanto si perda questa cura, questa cautela, quando si impara.

Specchio, forse i sogni non finiscono dove comincia la realtà

E c’è bisogno di dolore per un po’ di felicità

Lo pensiamo sempre tutti che sia meglio qualcun altro

E non vediamo dietro al vecchio i capelli da ragazzo

La regina cattiva di Biancaneve chiedeva allo specchio chi fosse la più bella del reame, aspettandosi di sentire in risposta il proprio nome. Nigiotti sembra conversarci se non addirittura confidarvisi, affidandogli la realizzazione che che forse la realtà non sempre ferma i sogni. Ma soprattutto, che non c’è felicità – almeno, non quella vera – senza prima aver sofferto.

Guardarsi allo specchio è uno dei momenti in cui ci si critica più che mai, ci si trova difetti che a volte nemmeno esistono. E ci si confronta con gli altri, pensando che gli altri siano migliori di noi: il problema è che ci si dimentica del percorso che hanno affrontato per arrivare dove sono (i capelli da ragazzo del vecchio).

I mostri che c’ho dentro

Che mi fanno cadere

Questa mania che devi andare solo bene

Tornando ai difetti nominati prima, lo specchio riflette ciò che abbiamo dentro, mostri e demoni compresi. Fanno male, cercano di sabotarci, e la “mania che devi andare solo bene“, retaggio della società odierna, ci rema inesorabilmente contro.

A chi mi salva ogni volta che tocco il fondo

A chi comunque vada mi rimane accanto

E se questa vita è un viaggio

Meno male che siete qui

Ogni volta che non so volare

Nigiotti chiude la canzone con una dedica ai punti fissi, alle colonne portanti della sua vita. A coloro che ci sono sempre, nel bene e nel male, quando si tocca il fondo e quando si sale fin su le stelle, che non lasciano il suo fianco qualsiasi cosa succeda.

Si dice sempre che la vita è un viaggio, e che è importante scegliere bene i propri compagni. E i suoi compagni di viaggio sono persone che riescono a supportarlo anche nei momenti più bui, quando il peso dei ricordi brutti appesantisce le ali e impedisce di volare.