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Max Pezzali all’Olimpico: tre atti, sessantamila voci e una notte che diventa cultura pop

Una cosa è certa: Max Pezzali è immortale. Non perché sfidi il tempo, ma perché riesce in qualcosa che pochissimi artisti possono permettersi: attraversare le generazioni senza perdere nemmeno un grammo della propria forza. Le sue canzoni hanno fatto da colonna sonora agli amori, alle amicizie, alle delusioni e ai sogni di milioni di persone. Hanno accompagnato i boomer, la Generazione X, i millennials e oggi fanno cantare perfino la Gen Z. E questo, credetemi, non è da tutti.

Lo Stadio Olimpico l’ho visto tante volte. Tra concerti ed eventi sportivi, ma raramente così pieno, così felice e soprattutto così desideroso di cantare, ballare e divertirsi. Dalla tribuna stampa questa sensazione era chiarissima ancora prima che lo spettacolo iniziasse. Davanti ai miei occhi si estendeva un’impressionante folla umana: oltre sessantamila persone accomunate dalla stessa voglia di lasciarsi trasportare da canzoni che, da oltre trent’anni, fanno parte della vita di milioni di italiani.

Quando le luci si spengono e sul maxischermo compare il countdown, l’attesa diventa elettricità pura. Non c’è bisogno di presentazioni: Max Pezzali entra in scena accolto da un boato che sembra scuotere l’intero Olimpico. L’apertura è affidata a “Tieni il tempo”, e già dalle prime note è chiaro che non sarà semplicemente un concerto, ma una gigantesca magia collettiva, una di quelle che ti tiene con il fiato sospeso.

Il primo blocco è un’esplosione di energia. Si parte con “Tieni il tempo”, poi “Bella vera” e “La lunga estate caldissima”, e subito lo stadio si trasforma in una discoteca a cielo aperto. Con “Sei un mito”, arricchita dalle citazioni di “Show Me Love” e “Street Player”, arriva uno dei primi picchi della serata: le luci degli smartphone accendono l’Olimpico come un cielo stellato, mentre sessantamila voci cantano all’unisono. E fidatevi le voci a volte sovrastavano addirittura gli strumenti.

Poi il viaggio continua con “Viaggio al centro del mondo”, “La regola dell’amico” intrecciata con “Disco Inferno”, “L’universo tranne noi”, fino a “Ci sono anch’io”. Non è solo una canzone, è una soglia. Appena partono le prime note, lo stadio cambia respiro. Il ritmo si abbassa, le voci si fanno più leggere, quasi sospese, come se tutti per un attimo si fermassero dentro un ricordo personale.

Per me è stato un ritorno improvviso e chiarissimo all’infanzia, a “L’Isola del Tesoro”, ai pomeriggi davanti alla televisione in cui tutto sembrava semplice e possibile. Sentirla risuonare dentro uno stadio così grande, circondata da decine di migliaia di persone, ha creato uno strano cortocircuito emotivo: il passato che non è più passato, ma qualcosa che continua a vivere dentro il presente. E poi di nuovo “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” e “Non me la menare”. È un flusso continuo che culmina con “Rotta x casa di Dio”, “Cumuli”, “Un giorno così” e “Senza averti qui”, passando per “Ti sento vivere”, “Eccoti” e “Una canzone d’amore”. Lo stadio non si ferma un secondo: canta, salta, respira come un unico organismo.

Poi arriva una pausa, un halftime che non spegne l’energia ma la trasforma. Regalando al pubblico un momento goliardico con la kiss kam, la match cam e addirittura la beer cam un modo divertente per continuare a vivere l’esperienza socializzando gli uni con gli altri.

La seconda parte cambia completamente atmosfera. “La regina del celebrità” apre una sezione più teatrale e nostalgica, seguita da “Nella notte” che riporta lo stadio dentro un immaginario dance anni Novanta. È qui che arriva uno dei momenti più sorprendenti e delicati della serata: “Io ci sarò”, introdotta da un omaggio strumentale a “Bitter Sweet Symphony”, seguita da “Se tornerai”. Poi il concerto si fa sempre più emotivo con “Come mai”, “Nessun rimpianto” e “La dura legge del gol”, che riaccendono immediatamente la parte più corale dell’Olimpico. E qui il mio cuore ha davvero vacillato.

Ed è proprio con “Gli anni” che lo spettacolo tocca uno dei suoi vertici assoluti. Lo stadio esplode in un canto generazionale che sembra non finire mai, ma in questo caso il brano diventa anche qualcosa di più: un vero e proprio omaggio ai grandi campioni del calcio che hanno segnato la storia. Immagini e riferimenti che attraversano decenni di leggenda sportiva. Sul maxischermo scorrono volti e momenti iconici del calcio italiano e mondiale, ma soprattutto viene reso omaggio ai campioni della città che ospita la serata, Roma e Lazio, in un tributo che unisce rivalità e appartenenza sotto lo stesso coro. Per qualche minuto, lo stadio non è diviso: è un’unica memoria condivisa, fatta di sport, musica ed emozioni.

“Gli anni” diventa così il punto più alto della nostalgia collettiva. Subito dopo arriva “Lo strano percorso” e “Grazie mille”, che chiudono questo blocco con una dimensione quasi affettiva, prima del ritorno alla festa.

E infatti si riparte con la terza e ultima parte, quella della liberazione totale. “Nord Sud Ovest Est” (NSOE) e poi il grande finale costruito come un ultimo, gigantesco abbraccio musicale. “Tieni il tempo” che si intreccia con “L’ombelico del mondo”, fino alla chiusura affidata a “Con un deca”. È un finale che non si limita a chiudere il concerto, ma lo fa esplodere un’ultima volta, come se nessuno volesse davvero che finisse. E infatti c’è ancora un’altra piccola sorpresa. Max saluta Roma sulle note di “Tanto pe cantà” e lo stadio esplode in un ballo senza tempo. E anche se le luci si accendo noi continuiamo a restare lì, vivendoci questo momento.

Quando le luci si riaccendono e la folla inizia lentamente a defluire, resta una sensazione difficile da raccontare. Non è solo aver assistito a un concerto. È aver condiviso qualcosa di più grande.

Più che uno show, quello di Max Pezzali è stato un rito collettivo. Dalla tribuna stampa era evidente: nessuno era lì per guardare soltanto. Tutti erano lì per ricordare, per cantare, per tornare indietro nel tempo senza muoversi davvero da Roma.

E alla fine, mentre lo stadio si svuota, resta una certezza semplice e potentissima. Le canzoni di Max non appartengono al passato. Appartengono a chi le sta vivendo, adesso.