Nella suggestiva Sala Voce della Triennale di Milano, Max Gazzè ha presentato L’ornamento delle cose secondarie, un’opera che si muove tra ricerca musicale, introspezione poetica e sperimentazione sonora. Più che un semplice disco, il progetto appare come un organismo vivo costruito lentamente nel tempo, nato dal recupero di frammenti creativi lasciati in sospeso dagli anni Novanta fino a oggi.
La scelta della sala non è casuale: l’ascolto, qui, diventa parte integrante dell’esperienza. Ogni parola viene accompagnata da testi proiettati, in un flusso che invita il pubblico a entrare nella struttura profonda dell’opera. Gazzè racconta infatti un album nato dalla volontà di “dare senso alle cose trascurate”, trasformando bozze dimenticate e intuizioni incomplete in composizioni aperte, quasi progressive, dove è il suono stesso delle parole a guidare la melodia.
La parola come architettura musicale
Uno degli aspetti più affascinanti del progetto è il rapporto tra testo e musica. Gazzè recupera alcuni scritti del fratello, già parzialmente utilizzati nei suoi primi album del 1996 e del 1998, lasciando che siano assonanze, rime interne e ritmo verbale a determinare la struttura musicale dei brani. Ne nasce una scrittura libera dalla forma canonica della canzone: niente schemi rigidi strofa-ritornello, ma percorsi sonori che seguono il respiro naturale della lingua.
Questo approccio rende L’ornamento delle cose secondarie un disco profondamente letterario, ma anche estremamente fisico. Le parole non descrivono semplicemente immagini o emozioni: diventano materia sonora, vibrazione, ritmo.
L’esperimento dei 432 Hz: una scelta tecnica e filosofica
Il cuore tecnico e spirituale dell’album è la decisione di registrare tutto a 432 Hz. Una scelta che Gazzè definisce non ideologica, ma armonica: secondo l’artista, questa frequenza permetterebbe alle armoniche di amalgamarsi in modo più naturale, creando un ascolto più morbido e organico.
Per realizzare il progetto, nessuno strumento campionato è stato utilizzato. Tutto ciò che si ascolta è reale, registrato in uno studio immerso tra le campagne di Lecce e Brindisi. Un artigiano di Bogotá ha persino costruito un vibrafono appositamente accordato a 432 Hz, mentre pianoforti e archi dell’orchestra del Petruzzelli di Bari hanno richiesto giorni di assestamento prima di raggiungere la corretta intonazione.
La registrazione è avvenuta utilizzando microfoni valvolari storici e nastro magnetico analogico. Persino i timpani della batteria sono stati impiegati come risuonatori acustici per filtrare le armoniche. Ogni strumento è stato catturato tramite una complessa rete di microfonazioni — da nove a dodici microfoni contemporaneamente — nel tentativo di preservare ogni minima vibrazione naturale del suono.
Un disco costruito sul dettaglio
Il titolo L’ornamento delle cose secondarie riassume perfettamente la filosofia dell’opera. Durante il question time con i giornalisti, Gazzè ha spiegato di avere un approccio quasi “fotografico”: invece di concentrarsi sul soggetto centrale, osserva prima le ombre, i margini, gli elementi apparentemente secondari dell’immagine.
È proprio lì che nasce il senso del disco: nei dettagli dimenticati, nelle intuizioni laterali, nelle imperfezioni lasciate volutamente vive. In un’epoca dominata dalla correzione digitale, l’artista sceglie infatti di preservare l’errore come parte autentica della registrazione. I nastri analogici, racconta, arrivavano persino a surriscaldarsi durante le sessioni, ma quella fragilità tecnica era necessaria per evitare la “sterilizzazione” del suono.
I brani: un percorso tra spiritualità, memoria e tempo
Ogni traccia del disco rappresenta un frammento autonomo di un grande racconto interiore.
Il contadino magro apre un viaggio dedicato alla sottrazione e all’essenzialità, attraverso una struttura musicale sperimentale basata su microtoni e quattordici ottave sonore. L’eremita (Parte II) riprende idealmente il percorso iniziato trent’anni fa nel debutto del 1996, tornando sui temi dell’isolamento e della sospensione spirituale.
Brani come Intermezzo bianco e Faccia da vecchio lavorano invece sul tempo e sulla memoria, alternando delicatezza pianistica e arrangiamenti ricchi di strumenti antichi come l’Oud. In Da piccolo, il suono retrò dei sintetizzatori Oberheim e Prophet 5 richiama direttamente le atmosfere pop dei primi anni Ottanta.
Il disco assume poi una dimensione più civile e politica in La legge dell’etica e Terra Madre, dove la riflessione morale si intreccia a orchestrazioni solenni e tensioni armoniche tra maggiore e minore. Al centro dell’opera resta però sempre la dimensione umana: il distacco raccontato in Il matrimonio di tua figlia, il senso del limite in Ali, il rimorso drammatico di Io Giuda.
A chiudere il viaggio è L’oscurità, una lunga esplorazione timbrica costruita interamente con sintetizzatori analogici Moog, Prophet e Oberheim. Una conclusione volutamente inquieta, quasi visionaria, che trasforma il buio in materia sonora.
L’eredità di Franco Battiato
Tra i momenti più emozionanti dell’incontro con la stampa, il ricordo di Franco Battiato occupa uno spazio centrale. Gazzè racconta il loro primo incontro nel 1996, quando il maestro siciliano, colpito dall’affinità artistica dei suoi brani acustici, gli propose di aprire l’intero tour di L’ombrello e la macchina da cucire.
Il loro rapporto andava oltre la musica: li univano l’interesse per la spiritualità, per i testi antichi mesopotamici come l’Enuma Elish e per gli insegnamenti di Georges Ivanovič Gurdjieff e Pëtr Dem’janovič Ouspensky. Ma soprattutto, ricorda Gazzè, li legava una profonda ironia: Battiato pretendeva sempre una barzelletta in inglese prima di farlo salire sul palco.
Un tour controcorrente
Anche il tour seguirà la filosofia del progetto. Niente grandi arene o palazzetti, ma piccoli teatri da 600 a 900 posti, con più date consecutive nella stessa città per mantenere il controllo totale sull’acustica e sull’ambiente scenico.
Sul palco saliranno esclusivamente strumenti accordati a 432 Hz, nel tentativo di restituire al pubblico la stessa esperienza immersiva vissuta durante la registrazione. Un modo per riaffermare che, in un tempo dominato dalla velocità e dalla compressione digitale, l’ascolto può ancora essere un atto lento, fisico e profondamente umano.

