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Juli e il suo “Solito Cinema”, quando i producer diventano protagonisti

Non prendiamoci in giro: Juli lo conosciamo tutti. E sì, è vero, il binomio con Olly viene naturale, quasi inevitabile — e non c’è nulla di cui sentirsi in colpa. D’altronde, non lo faceva neanche lui. Almeno fino a oggi. Perché oggi è uscito “Solito Cinema”, il disco d’esordio del producer dei record. E vederlo così semplice, disponibile, quasi disarmante nella sua gentilezza, fa un certo effetto. Ma la realtà è questa: Juli si è preso tutto, e senza forzature.

“Solito Cinema” profuma di vita vissuta, di sogni costruiti passo dopo passo. È un progetto che – come racconta lui stesso – non era previsto, ma che ha preso forma spontaneamente, sessione dopo sessione, trasformandosi in qualcosa di inevitabile. Un piccolo scrigno rimasto chiuso per un po’, che oggi si apre grazie a una costellazione di artisti. E non nomi qualsiasi: da Fabio Concato a Biagio Antonacci, passando per Elisa, Tredicipietro, Tommaso Paradiso fino allo stesso Olly. Tutti si muovono attorno alla chitarra acustica di Juli, elemento centrale di un racconto sonoro intimo, autentico e sorprendentemente coerente.

Non c’è finzione in quest’album, c’è la voglia di essere presenti, di raccontarsi in maniera diversa riuscendo a restare tutti fedeli a sè stessi. Si percepisce subito cosa unisce il tutto: la passione. Quella necessità di creare, il filo rosso che unisce tutte queste anime artisticamente diverse, che li rende simili, veri e dannatamente perfetti. Un progetto che racchiude l’arte, l’amicizia e la stima reciproca.

I brani

L’apertura è affidata a Fabio Cocato e una rivisitazione della sua “Voilà”. Una dichiarazione d’intenti: pochi elementi, una chitarra che respira, e un dialogo tra generazioni che non cerca mai l’effetto nostalgia, ma piuttosto una forma di continuità. È un inizio quasi sussurrato, che imposta subito il tono del disco. Uno di quei brani in cui ritrovare e ritrovarti anche se sulla carta d’identità sei del nuovo millennio.

“Che poi chissene frega”,il primo brano realizzato dell’album. Il pezzo con Tommaso Paradiso, una waves più pop, ma filtrata attraverso una produzione che evita qualsiasi eccesso. La voce di Tommaso riscalda, abbraccia e riapre il mondo dei sogni, quelli che ai concerti sembrano un po’ più realizzabili. Il brano gioca su quella leggerezza malinconica tipica di Paradiso, ma è Juli a tenerlo ancorato, rendendolo meno “romantico” e più sospeso, quasi trattenuto.

Con “Passatempo”, insieme a Fulminacci, emerge una scrittura più quotidiana, fatta di dettagli e immagini semplici. Qui la produzione si mette completamente al servizio del racconto, abbraccia l’idea musicale di Filippo, la rende sua, la abbraccia, lasciando spazio alle parole e a quella sensazione di tempo che scorre senza far rumore.

Serenamente” con Bresh lavora invece su un contrasto interessante: il titolo suggerisce quiete, ma sotto la superficie si muove una sottile inquietudine. La base resta minimale, ma costruita con grande attenzione agli spazi, quasi a voler amplificare ogni pausa. Si potrebbe tranquillamente parlare di resa, Bresh si arrende a sè stesso, ai suoi sentimenti e Juli lo accompagna in questo viaggio intenso che – personalmente – ho amato.

“Maledizione” con Franco 126 è uno dei momenti più centrati del disco: qui malinconia e scrittura urbana si incontrano perfettamente. È un brano che sembra esistere da sempre, e proprio per questo funziona così bene. Perchè non ha bisogno di spiegarsi, almeno non sempre.

L’ultima canzone” con Biagio Antonacci aggiunge un respiro più ampio, quasi classico. Antonacci porta con sé un certo peso emotivo e Juli lo gestisce con intelligenza, evitando arrangiamenti troppo carichi e lasciando che sia la melodia a guidare tutto. Un mix perfetto che regala una vera e propria carezza per l’anima.

“Quelli come me” con Coez è probabilmente il punto di contatto più immediato con il pubblico: diretto, riconoscibile, costruito su una fragilità condivisa. È uno di quei brani che sembrano semplici, ma che funzionano proprio perché non cercano di essere altro. Personalmente? Mi sono sentita capita, abbracciata, supportata con tutti i miei difetti.

Vertigine”, unico strumentale, è molto più di un intermezzo: è uno spazio di decompressione. Juli si prende un momento per parlare senza parole e lo fa con una sensibilità che conferma quanto il suo linguaggio musicale sia già definito. Averlo sentito live è stato intenso, un momento in cui capire effettivamente da dove nasce tutto. Qual è l’epicentro e, credetemi, è chiarissimo.

Brutta storia (unplugged)” con Emma e Elisa è uno dei picchi emotivi del disco. Un brano edito che si trasforma in una nuova veste,. Qui tutto viene ridotto all’essenziale: voci, chitarra, silenzi. Il risultato è un equilibrio fragile ma potentissimo, dove ogni imperfezione diventa valore.

Nel finale, “Noi, disillusi” con Enrico Nigiotti insiste su un senso di disincanto che attraversa tutto il progetto, mentre “Qui piangono tutti” con Tredici Pietro aggiunge una sfumatura più cruda, quasi spiazzante, che rompe leggermente la linearità emotiva. Due brani che in qualche modo si completano tra loro, si mixano e diventano un’unica arma.

A chiudere, “Cantilene” con Olly non è solo una collaborazione “naturale”, ma una vera e propria chiusura circolare. È il punto in cui tutto torna: il rapporto artistico, l’intimità, la sensazione di essere dentro qualcosa che, alla fine, ha sempre avuto un senso. Tutto è cominciato con Federico e tutto si chiude con lui. Un ringraziamento, forte, ma soprattutto un’amicizia viscerale.

Alla fine, “Solito Cinema” non è solo un esordio riuscito: è un progetto che mette in chiaro una cosa precisa, Juli non è più soltanto il nome dietro ai dischi degli altri. È un lavoro che si regge su un equilibrio sottile, più che su colpi di scena. Non forza mai le collaborazioni, non le usa come semplice vetrina, ma le integra in un flusso coerente, dove tutto sembra appartenere allo stesso racconto.

Il risultato? Un disco che non dà mai la sensazione di essere costruito a tavolino, ma piuttosto nato in modo naturale, quasi inevitabile. Un mosaico di voci e linguaggi che trova unità proprio nella sua semplicità. E in fondo il titolo dice già molto: “Solito Cinema” è la ripetizione di una scena di vita che cambia ogni volta prospettiva, ma resta riconoscibile.

Non è un disco che vuole ridefinire le regole del pop italiano. È, più semplicemente, il momento in cui Juli smette di essere solo il regista invisibile e diventa anche parte della scena. E se questo è solo l’inizio, il “cinema” è appena cominciato.