naska cesena
foto di aida picone

Essere Punkabbestia: il viaggio con Naska a Cesena

C’è qualcosa di strano nell’aria ogni volta che so di dover rivedere live Diego Naska. Non saprei dire esattamente cosa mi spinge a fare km su km per un artista punk, o forse si, lo so. Fa sempre strano ammetterlo in primis a me stessa, ma Diego Naska arriva dove nessuno è mai voluto arrivare. Con la sua musica, fin dal primissimo ascolto, è riuscito a toccare quelle corde che tengo nascoste tra una maschera da “Pagliaccio” e quel mio fare da “Polly”. La verità è che quando in cuffia c’è lui io riesco ad essere semplicemente me stessa e quindi va bene, prepariamo di nuovo la valigia e partiamo in direzione Cesena perchè essere “Punkabbestia” è quello che mi continua a far battere il cuore.

Arrivare al Vidia Club significa entrare in un altro mondo. Ti basta varcare il parcheggio per capire cosa ti aspetta: l’odore della birra, le note delle canzoni di Diego che escono dal bar lì vicino e quell’adrenalina che cresce passo dopo passo. È incredibile quanto la musica riesca a unire e a farti sentire parte di qualcosa di più grande.
Fuori ci sono gruppetti di fan che ridono, creano gadget di San Naska, si passano le birre e gli ultimi tiri prima dell’apertura delle porte. Dentro, la sala è già piena e di sguardi puntati verso il palco. Ogni movimento è sincronizzato con un cuore che batte a ritmo. Un battito di ciglia, e il locale è gremito. Poi, tutto inizia.

L’energia a colpi di batteria

Un colpo secco di batteria: Paolo Gnani, che in quest’ultimo anno è cresciuto tantissimo, apre il ritmo e Naska appare sul palco come un fulmine. Non servono scenografie, né effetti speciali: la sua presenza basta e avanza. La voce è ruvida, sincera, nuda – riempie la sala come un’onda. Il pubblico risponde con la stessa intensità. Ogni canzone è un momento condiviso, ogni parola un grido liberatorio. Diego si scrolla di dosso la calma dei live acustici e torna nei panni che gli appartengono: il punk a bestia senza cresta.

Prima di questo tour estivo, Naska aveva portato la sua musica nei teatri, tra luci soffuse e silenzi attenti. Era un’esperienza più intima, più riflessiva. Ma al Vidia è un’altra storia: qui la musica esplode, il pubblico si lascia andare, e il concerto diventa un abbraccio collettivo. È il luogo in cui Naska torna alle origini, dove la platea diventa parte viva dello show.

Il live

Diego si concede, e questa è la sua forza. Sul palco non è solo un artista: è un jukebox umano, capace di pescare nei ricordi dei fan e trasformare ogni richiesta in un momento condiviso. Siamo tutti amici, tutti parte di quel piccolo universo che dalle quattro mura della sua camera oggi viaggia per tutta l’Italia.

Non c’è scaletta che tenga: tra un brano e l’altro può lanciare a cappella un ritornello di Rebel, un accenno di Polly o un frammento di pezzi più vecchi. L’aria cambia all’istante. Il caos si fa denso, gli occhi si incontrano, le mani si stringono. Ogni verso è un filo diretto con chi lo ascolta, e il concerto si trasforma in qualcosa di irripetibile.

Il momento più intenso arriva quando decide di cantare Piccolo tra il pubblico, scendendo dal palco e lasciandosi stringere in un abbraccio collettivo. Non c’è distanza, non c’è barriera: solo Diego e la sua gente, uniti in un silenzio carico di emozione. È come se in quell’istante cercasse forza nei volti che lo circondano, come se quelle braccia tese verso di lui fossero l’unico modo per reggere il peso delle sue parole. Un momento di pura umanità, reale fino a togliere il fiato.
Diego parla a tutti noi, e lo fa con una semplicità disarmante, quasi irreale nel panorama musicale di oggi.

Sul palco non è perfetto — e non vuole esserlo. Sbaglia, salta, si arrampica, si butta tra la folla, si lascia travolgere e restituisce tutto con la stessa intensità. È autentico, viscerale, vivo. E forse è proprio questo che lo rende speciale: coinvolge, ti prende, ti fa piangere, incazzare, urlare, pogare. Ti lascia senza fiato e con una sola voglia: rivederlo ancora. Perché Naska non si limita a cantare. Ti dona pezzi di sé, frammenti di emozione che restano con te molto dopo che le luci si spengono.

Il gran finale e la nota amara

Per il gran finale arriva Punkabbestia. Diego si lancia tra la folla, abbraccia un ragazzo e canta insieme a lui, stringendo per un’ultima volta la sua gente. È la chiusura perfetta: un addio temporaneo, un arrivederci pieno di energia.
Il pubblico esce dal Vidia con la voce roca, le mani tremanti e il cuore ancora in corsa. Fuori, la notte romagnola è calda e viva: si sentono passi, risate, ricordi che già diventano storie da raccontare.

Nonostante tutto, però, è impossibile ignorare che il Vidia Club ha mostrato qualche limite. A mente fredda, va detto: il locale non era pronto per così tanta gente. Spazi troppo stretti, acustica incerta, controlli di sicurezza al minimo.

La vera nota stonata, però, è l’organizzazione: deludente sotto ogni punto di vista. Il personale è apparso impreparato a gestire un concerto di questa portata, forse troppo abituato alle serate da discoteca.

Inaccettabile anche l’atteggiamento verso la stampa, che non si è capito da chi è dovuto: giornaliste regolarmente accreditate si sono viste “minacciare” di cancellazione dei materiali foto e video, nonostante i permessi per lavorare anche oltre le prime tre canzoni.
La prossima volta, se mai ci sarà, porterò una tanica di camomilla da regalare a tutti (e sono pure gentile!)

L’ultima nota

Ogni concerto di Naska non è solo uno show: è un’esperienza che ti attraversa, ti scuote, ti ricorda perché la musica è così potente. E mentre ci allontaniamo dal club, la sensazione è chiara: essere Punkabbestia non è solo uno slogan, è un modo di vivere. Diego Naska ce lo ricorda ogni volta che sale sul palco: non importa quanta strada fai o quante città attraversi, alla fine conta solo il legame, l’emozione, e quella voglia irresistibile di tornare ancora.

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