Sì, lo confesso: c’è qualcosa che non va. E prendo in prestito le “confessioni” di Eddie Brock per dirlo ad alta voce. C’è qualcosa che non va perché viviamo in un mondo di fotocopie: vestiti tutti uguali, storie tutte uguali, gli stessi posti da frequentare e gli stessi luoghi da visitare. Un mondo che ci chiede di aderire a un modello, di essere sempre all’altezza, sempre performanti, sempre felici, guadagnando bene, avendo del tempo libero, indossando la taglia giusta. Ecco si, essendo sempre sul pezzo altrimenti si diventa parte dello sfondo.
È proprio da qui che parte Confessioni di Eddie. Un pezzo che ha il sapore delle origini di Edoardo, uno sfogo personale che ritrova la natalità nel rap. Non è il racconto di una fragilità individuale, ma di una paura condivisa: il timore di fallire, di non essere abbastanza, di vivere sotto il peso di un giudizio che, spesso, siamo noi stessi a imporci. E allora quella voce che dice “va bene” a tutto – all’ansia, ai commenti, agli insulti, alle paranoie – non è un segno di forza, ma il tentativo disperato di convincersi che resistere basti. Finché arriva la domanda finale, la più semplice e la più difficile: «Ma alla fine, come va?». E lì cade ogni maschera, almeno davanti alle persone a cui tieni. E tutto si sgrotala in mille piccolissimi pezzi.
Perché la verità è che quella domanda ce la siamo fatti tutti, almeno una volta. Ma quasi nessuno riesce a rispondere davvero, con sincerità. Siamo diventati vittime delle nostre stesse domande, formule di cortesia di un mondo che – cortese – non lo è per niente. Non esitiamo, non pensiamo, rispondiamo con un “bene” automatico, sbrigativo, vuoto e lo facciamo tutti, indistitamente. Lo facciamo perché è più semplice, perché mostrarsi vulnerabili sembra quasi una colpa, perché abbiamo imparato che le crepe vanno nascoste. E se sei vicino alla soglia dei trent’anni quelle domande diventano macigni e spesso non si è disposti a mostrarli quei macigni.
Eddie Brock, invece, quelle crepe le mette tutte in fila. Non cerca frasi a effetto, né immagini costruite per sembrare profondo, semplicemente parla a sè stesso. Parla della paura di non essere abbastanza, dell’ansia che accompagna ogni traguardo, del peso delle aspettative e di quel bisogno quasi ossessivo di sentirsi amati anche quando si teme di non meritarselo. Lo fa con un linguaggio diretto, senza filtri, e forse è proprio questo a colpire. Edoardo con questo pezzo mi ha tolto le parole di bocca, è riuscito a racchiudere tutto quello che nella mia testa da giorni premeva e non mi faceva dormire. Quella paura di non riuscire a vedere un futuro, la paura di essere semplicemente dimenticata come orma sulla spiaggia.
C’è un verso, però, che più di tutti racchiude il senso del brano: “in un mondo dove le persone hanno tutte un costo”. La fotografia perfetta di una realtà che conosciamo tutti fin troppo bene. Una società in cui il valore di una persona sembra misurarsi con i numeri, con i risultati, con la produttività, con i soldi, con ciò che può offrire agli altri. Dove perfino i rapporti rischiano di trasformarsi in scambi e l’autenticità viene sacrificata in favore dell’immagine, della presenza, della fomo che ci sta mangiando da dentro come un demone velenoso che ci toglie i momenti più semplici.
E allora quel “me ne fotto se non corro” assume un significato diverso. Non è menefreghismo, ma resistenza. È il rifiuto di partecipare a una gara che sembra non avere mai un traguardo. Perché correre senza sapere verso cosa significa solo perdere di vista se stessi. Ed è forse questa la forza più grande della canzone: non offre soluzioni, non promette che andrà tutto bene. Fa qualcosa di più difficile. Ci ricorda che dietro ogni “bene” pronunciato troppo in fretta potrebbe nascondersi una battaglia invisibile. E che avere il coraggio di raccontarla non è una debolezza, ma il primo passo per smettere di sentirsi soli.
Quindi grazie Edoardo perchè non è mai facile, al giorno d’oggi, togliere la maschera della perfezione ed essere semplicemente sè stessi. Grazie perchè in questi giorni di caldo torrido mi sono sentita spesso sola, assente da me stessa, insoddisfatta di quello che ho raggiunto lavorando sodo per un anno ritrovandomi a paragonarmi con le persone online, tutte uguali nella loro patinata vita online e magari chine sul letto con i loro pensieri nella vita offline. Dopotutto potrebbero dire lo stesso di me, guardando le foto sembra tutto perfetto.
La verità è un’altra e me ne rendo conto parlando con i nostri coetanei costretti a prendere decisioni complicate ogni giorno, con la precarietà che avanza, la paura di non essere abbastanza, la paura della solitudine e quella di un futuro incerto davanti a noi. Siamo una generazione assente a sè stessi, ma presentissimi nel digitale, nel mondo finto delle copertine. Beh, forse dovremmo tutti rallentare e tornare a credere che la cosa migliore della giornata è semplicemente essere vivi.
Forse è proprio questo il regalo più grande di questa canzone. Ricordarci che non siamo gli unici ad avere paura. Che dietro ogni profilo perfetto potrebbe esserci qualcuno che sta combattendo la stessa identica battaglia. Che dietro ogni “bene” pronunciato troppo in fretta c’è spesso una richiesta d’aiuto rimasta in silenzio. Allora sì, lo confesso ancora una volta: c’è qualcosa che non va. Ma forse il problema non è la nostra fragilità. È averci convinti che dovessimo nasconderla.
Se c’è una cosa che mi porto via da questo brano è che la felicità non dovrebbe essere una performance, né una fotografia da pubblicare. Dovrebbe essere la libertà di poter rispondere, almeno una volta, con sincerità a quella domanda che ci facciamo ogni giorno. «Come va?» E non avere più paura della risposta.

