Cosa significa prendersi cura delle proprie ferite senza pretendere di guarirle del tutto? È da questa domanda che nasce CEROTTI, il nuovo progetto di Lupo. Un disco che parla di imperfezioni, tempo sprecato, crescita e di quel senso di inadeguatezza che accompagna spesso i vent’anni. Tra riflessioni intime e uno sguardo lucido sulla propria generazione, l’artista costruisce un racconto personale ma condivisibile, dove ogni brano sembra trovare il suono giusto per dare forma alle emozioni che lo attraversano. In questa intervista ci racconta cosa ha scoperto su sé stesso durante la scrittura del disco, il rapporto con la sua generazione e il bisogno di rallentare in un tempo che corre sempre più veloce.
“CEROTTI” nasce dall’idea di una “cura imperfetta”. C’è una ferita personale che senti di aver capito meglio — anche senza guarirla — mentre scrivevi questo disco?
Probabilmente sono riuscito a comprendere di più il valore del tempo. Spesso ho dato poco peso alle giornate che buttavo via: a volte per pigrizia, altre per assecondare routine poco produttive o addirittura deleterie sotto certi aspetti. Lavorando a questo album ho provato ad analizzarmi più a fondo e ho capito quanto conti l’impegno che si mette nei progetti in cui si crede davvero. Pensare a quante volte non ho sfruttato certe opportunità è una ferita piuttosto importante, e in parte ancora aperta. Oggi cerco di rimarginarla con maggiore consapevolezza, lavorando su me stesso e su come impiego il mio tempo.
Nei brani parli spesso di crescita, confronto e senso di inadeguatezza, temi molto presenti nei ventenni di oggi. Quanto c’è di autobiografico e quanto invece è osservazione della tua generazione?
Mi capita spesso di mettermi a confronto con le persone che ho intorno. Non tanto per alimentare una competizione sterile, quanto per capire meglio i problemi che condividiamo e provare, nel mio piccolo, a dar loro un senso. Molti brani sono nati pensando ad amici o persone a me vicine: ho cercato di essere uno sguardo critico ma mai giudicante. Credo che, per quanto diversi, tutti condividiamo insicurezze e debolezze. Per questo è importante provare a capirsi, anche se non è semplice. In fondo l’album non è solo mio: appartiene a chiunque riesca a riconoscersi in una delle imperfezioni che ho provato a raccontare.
Ogni canzone sembra avere un suono preciso, quasi “su misura” per il tema che racconta. Parti prima dall’emozione o dall’immaginario sonoro quando inizi a scrivere un brano?
In realtà non ho ancora sviluppato un vero e proprio modus operandi. Nella maggior parte dei casi testo e musica sono nati insieme, magari mentre prendevano forma i primi giri melodici o come nel caso di “Noia”, già intuibile dall’intro le prime idee ritmiche. In generale mi è sempre piaciuto ascoltare prima la musica e lasciarmi guidare da quello che suggerisce. Anche quando scrivo un testo, la parte musicale è fortemente influenzata da fattori emotivi o esterni. Sono elementi che vanno rispettati e compresi allo stesso modo.
In pezzi come “X100” e “Noia” emerge un rapporto critico con la tecnologia e la velocità contemporanea. Scrivere musica, per te, è un modo per rallentare o per resistere a questa pressione costante?
Assolutamente sì. Quando scrivo una canzone, soprattutto se mi trovo con amici o colleghi, non esiste altro che la musica. Vivere quei momenti è necessario: sarebbe folle fare diversamente. È uno degli aspetti più belli di questo mestiere. Godersi certe situazioni è l’unico modo per entrare davvero in sintonia con se stessi e lavorare in maniera naturale, non meccanica. E soprattutto permette di creare ricordi che restano.
Alla fine dell’album lasci l’ascoltatore in uno spazio sospeso, senza risposte definitive. Oggi, a distanza di tempo dalla scrittura di “CEROTTI”, senti di avere più certezze o ti riconosci ancora in quell’equilibrio instabile che racconti?
Probabilmente l’unica certezza che ho consolidato è il voler fare questo di mestiere. Per il resto, mentirei dicendo di aver trovato soluzioni alle mie insicurezze. Alcune cose richiedono tempo e a volte neanche quello basta. Preferisco continuare a farmi domande, anche su aspetti più ampi della nostra esistenza, senza per forza affrontarle in modo critico o distruttivo. Pensare di avere tutte le risposte mi sembra presuntuoso. Molto meglio fare buone domande, discuterne e condividerle.
Se CEROTTI nasce come una “cura imperfetta”, allora forse il suo valore sta proprio lì: nel non offrire soluzioni facili. Tra dubbi, domande e fragilità condivise, il disco diventa uno spazio in cui riconoscersi più che un luogo in cui trovare risposte. E mentre l’artista continua a interrogarsi sul proprio percorso e sulle incertezze che lo accompagnano, una convinzione resta salda: la musica è la strada da percorrere. Tutto il resto, come suggerisce lui stesso, si costruisce col tempo, facendo le domande giuste.

